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Attualità di N. REDAZIONE del 14/02/2017 09:05:32
La legge del bar

 

Di Lothar

Miti e leggende popolari del passatempo più amato dagli italiani

Una volta si diceva: "La legge dello sport, la legge inappellabile del campo", anche (soprattutto) per simboleggiare una regola universale: che con le chiacchiere, i proclami e le recriminazioni non si vince; che nello sport, come nella vita, ai fini dei risultati e degli obiettivi che ci poniamo (e che possiamo o non possiamo raggiungere) contano unicamente gli atti e le azioni che si compiono. Il verdetto del campo appunto.

E', o meglio dovrebbe essere, una regola molto chiara e semplice, una regola che pone ogni cosa nella giusta ottica, una regola unica, infallibile e inappellabile, ma è una regola che purtroppo in troppi faticano a seguire, imparare ed accettare. E allora ecco che sopraggiungono le “giustificazioni”, le scuse: "Non ho potuto e non sono riuscito a fare questo/quello per colpa di Tizio, per colpa di Caio, per colpa del tempo, per colpa del traffico, per colpa del mondo crudele … ma soprattutto … per colpa dell'arbitro".

Già l'arbitro, la scusa perfetta per giustificare le sconfitte in una disciplina sportiva, il salvacondotto ideale per gli storici perdenti del calcio italiano, lo strumento magico per mascherare le proprie responsabilità nella sconfitta e in generale per non accettare e riconoscere i meriti di chi vince (perché più bravo o abile di te).

Nel calcio italiano, grazie all'arbitro, pur sconfitti, si ha comunque quella allettante possibilità di dare la colpa a quella immancabile figura preposta a giudicare gli episodi in campo. Una benedizione e una tentazione troppo forte per la storica tradizione antisportiva che regna nel Belpaese. Ed ecco appunto magicamente il materializzarsi dei miti e della leggende nel gioco del calcio italiano.

In fin dei conti dopo una partita di novanta minuti più recuperi, c'è sempre la possibilità di andare a rintracciare, ad isolare un episodio dove l'arbitro può anche avere sbagliato a mio sfavore e dare tutta la colpa della sconfitta a quell'episodio. E non importa se poi magari in quella stessa partita ci sono stati altri dieci o venti episodi che hanno invece favorito me, basta ignorarli o non riproporli, cioè basta riproporre ed evidenziare solo quelli che fanno comodo a me.

Con la complicità di giornalisti/tv/regie/radio/giornali compiacenti (e complici) ripropongo non-stop solo gli episodi che mi fanno comodo, lo faccio ventiquattro ore al giorno, sette giorni alla settimana, per mesi, addirittura anni, inculcando nelle menti della massa che io e la mia squadra abbiamo perso unicamente per colpa di quell'episodio. Proprio quegli stessi mass media e pseudo giornalisti che per loro stessa ammissione si vantano di “ORIENTARE L'OPINIONE PUBBLICA” (la citazione storica la ricorderanno in tanti).

Seguono quindi la classiche mattinate al bar: “Hai visto? hanno rubbato pure stavorta, se so ricomprati l'arbitri, è na vergogna, un campionato taroccato, dovrebbero rimetteli n'artra vorta a processo e rimannalli in B” e altre variegate e pittoresche amenità del genere a rinforzo. Può cambiare il dialetto, che può essere uno dei qualsiasi altri dialetti sparsi della Penisola, ma la sostanza non cambia.

E' la legge del bar, il mito popolare per eccellenza, la leggenda fatta realtà nel gioco del calcio. Quella stessa legge distorta, manipolata e raccontata, che qui in Italia, in molti, in troppi, vorrebbero trasformare nell'unica vera legge del calcio e dello sport, con buona pace del sacrosanto verdetto del campo. Questo facile e ormai consolidato meccanismo da bar, che è a tutti gli effetti una aberrazione del principio fondamentale dello sport, del pieno rispetto della vittoria e della sconfitta, è divenuto ormai una regola basilare. Un meccanismo che nel 2006 è stato utile a realizzare quella lurida e vergognosa pagina di storia italica passata agli annali col nome di calciopoli. La morte dello sport.

Ma quello stesso degenerato meccanismo è a tutti gli effetti un circolo vizioso, una trappola dalla quale non si esce se non facendo accettare e comprendere quella unica vera legge di sport e di vita: che conta unicamente il verdetto del campo, e bisogna accettare e riconoscere quel verdetto, anche se la mia squadra è stata sfortunata, anche se ha colpito sei pali, anche se l'arbitro può aver sbagliato in qualche episodio; per crescere, per arrivare davvero a vincere, si deve accettare e “imparare” dalla sconfitta, imparare da quel verdetto, perché è l'unico modo che esiste per migliorare, per diventare più forti, per progredire, per apprendere da chi è più bravo o abile di te ed arrivare tu stesso ad essere migliore. Nel calcio, nello sport, come nella vita. O si continuerà a prendere in giro se stessi e quelle masse di tifosi beoti, complici e ignoranti, mantenendo e condannando se stessi e quelle masse (artificiosamente orientate e manipolate) in quel liquame di risentimento, giustificazioni e pianti da bimbi viziati che non sanno imparare, accettare e riconoscere sconfitte proprie e meriti altrui.

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