Immaginate un giorno di aprire la cassetta della posta e di trovarci dentro una lettera scritta su carta intestata della vostra squadra del cuore, con in calce la firma del presidente onorario dei clubs che vi invita a votare alle prossime elezioni il presidente putativo della squadra. E’ quello che è accaduto ai tifosi del Milan e se non avessi davanti agli occhi
la pagina web di La Repubblica, penserei a uno scherzo. Nella missiva si fa l’elenco dei titoli vinti dalla società rossonera dal 1988 ad oggi, ben 27, ponendo l’accento in apertura sulla gioia non ancora smorzata per la recente vittoria del 18° scudetto. Non solo, si dichiara con soddisfazione che i successi conseguiti dal club più titolato del mondo nell’ultimo quarto di secolo hanno contribuito a rendere nota Milano nientemeno che nei cinque continenti, “segno tangibile di una gestione ambiziosa e vincente proprio come vogliamo sia l’amministrazione della nostra città”. L’arguto accostamento sposta l’attenzione sulle elezioni comunali milanesi e su quello che viene definito “il nostro Presidente”, il quale, “dietro le insistenze di tutti noi, ha accettato ancora una volta di guidare la lista del popolo delle libertà”. Per la cronaca, Berlusconi si dimise da Presidente del Milan lasciando la carica vacante l’8 maggio 2008, data nella quale assunse la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri.
La lettera continua senza più preamboli: “qualora tu fossi un elettore del centrodestra”, ti si chiede di votare “il nome di ‘Berlusconi’ nello spazio per la preferenza sulla scheda azzurra”, “per fare di Milano una città sempre all’altezza della nostra straordinaria squadra di calcio”.
Il nostro è un ambito principalmente sportivo. Facciamo i più sinceri auguri a tutti coloro che in questi giorni sono impegnati, anche a Milano, nell’agone politico, con l’auspicio che ovunque vinca il migliore. Però ci corre l’obbligo di dare le notizie. Questa è una caduta di stile.
Nemmeno in un incubo ci si potrebbe figurare Gianni Agnelli mendicare voti per fare di Torino una città all’altezza della Juventus. Lui era il Re d’Italia e non ne aveva bisogno. Nemmeno la Juve, tifata urbi et orbi. Lui amava la Juve. E’ stata la Juve a fare di lui ciò che è stato o è stato lui a proiettare sulla Juve la sua immagine affascinante e vincente? Su L’Espresso del 23 dicembre 2009, in un articolo dal titolo “Il futuro della Juve? Più nero che bianco”, Gianfrancesco Turano ricorda le esperienze del ventiseienne Gianni e del ventunenne Umberto alla presidenza della Juventus a partire rispettivamente dal 1947 e dal 1955, affermando testualmente: “Il club torinese è da oltre 60 anni il banco di prova dei giovani della famiglia Agnelli. Le vittorie sportive sono il rito di passaggio che apre le porte del potere in casa FIAT”. Non è dunque nuovo il concetto che il merito sportivo e il merito dirigenziale possano essere strettamente vincolati. Lo ha confermato in questi anni la storia della Juventus, spesso interpretata come storia di un’eredità difficile da spartire tra i cugini John Elkann e Andrea Agnelli. Il carisma dei due discendenti è ancora troppo acerbo e non possiamo sapere se raggiungerà mai i vertici dell’aura oramai leggendaria che l’Avvocato spandeva intorno alle cose che faceva, all’uomo che era. Né la dialettica dell’uno e dell’altro assomiglia per ora al sorriso tagliente delle frasi passate alla storia di colui che viaggiava portando con sé uno stile che identificava l’Italia nel mondo. I tempi sono mutati. Nel mondo si ride di noi. Il nostro calcio non è che la pallida ombra di quello del 1982 e del 2006. Eppure qualcuno ha pensato di esibire i successi sportivi per trarne qualche vantaggio. Elemosinando un pugno di voti. Celebrando un do ut des un po’ squallido, un mecenatismo mediocre che non ostenta la propria grandezza, ma propone un baratto. Sulla sponda meneghina la classe si è liquefatta in torbida assenza di scrupoli. Passi per il bagno di folla del pullman rossonero, che ha attraversato la città della madonnina il giorno prima delle elezioni, dopotutto il Milan ha vinto con due giornate di anticipo quello che Capello ha definito il primo scudetto vero dopo cinque anni, assumendosene la responsabilità. Ma mendicare voti in nome della presunta gloria sportiva svilisce e rende ancora più malinconico il crepuscolo del calcio italiano, passato da campione del mondo alla peggiore partecipazione a un mondiale di tutti i tempi in Africa, meno protagonista in Europa, con un posto in meno nei gironi di Champions League nel 2012-2013 a favore della Germania e sconfitto nell’organizzazione dei prossimi campionati europei.
Alla nostra disamina tra mecenatismo e sport, manca all’appello colui che negli ultimi anni è stato celebrato a torto o a ragione come il mecenate dal portafoglio facile. Moratti. Il cui nome tanto estraneo non è ai recenti fatti di Milano e del calcio. Anzitutto perché le due consorti dei proprietari della SARAS si stanno giocando un derby in famiglia ed è legittimo pensare che ci sarà comunque un vincitore e che Massimo stavolta non dovrà elemosinare niente. Lo ha già fatto nel luglio 2006, quando a tavolino gli fu assegnato a richiesta lo scudetto di cartone per meriti etici. Ha bissato il tentativo a marzo, mendicando presso la cognata sindaco uscente un Ambrogino d’Oro taroccato anche quello, perché già assegnato, per i titoli vinti nel 2010 e per i forti legami dell’Inter con la storia di Milano.
Quanto ci manchi, a volte, Avvocato.
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