Alle prese con la querelle del rinnovo del contratto collettivo, i calciatori si sono trovati coinvolti in un'altra disputa: il contributo di solidarietà che il governo ha previsto in diversa misura per chi ha redditi superiori a novantamila o centocinquantamila euro.
Adriano Galliani ci ha tenuto a precisare che il contributo in questione dovrà essere versato dai calciatori e non dalle società. Immediata è stata la replica di Leonardo Grosso, vicepresidente dell'assocalciatori: "i nostri compensi sono pattuiti al netto, quindi il contributo di solidarietà deve essere a carico delle società". In sintesi Grosso e associati sostengono che se un calciatore concorda un ingaggio di "tot" milioni di euro all'anno, quel compenso essendo pattuito al netto non deve essere intaccato dal contributo di solidarietà.
Al di là del fatto che stiamo parlando di un contributo che non riguarda il lavoratore medio (novantamila euro non è reddito da operaio o impiegato), mi chiedo perché i calciatori non possono una volta tanto contribuire di tasca propria ai bisogni del Paese. Ha ragione chi (il ministro Calderoli) accusa di atteggiamento da casta dei calciatori. I nostri eroi della pedata si stanno arroccando su una posizione eticamente condannabile, una volta che il Paese gli chiede un contributo di solidarietà pretendono che i loro lauti redditi non vengano intaccati.
Questi calciatori sono gli stessi che volevano «portare a conoscenza dell'opinione pubblica la sconcertante situazione attualmente in atto per il rinnovo del contratto collettivo», chiedendo con ciò la solidarietà dei tifosi. Gli stessi calciatori che adesso, nel momento in cui dovrebbero loro mostrare la solidarietà verso i cittadini/tifosi, si rendono indisponibili a versare la loro solidarietà sottoforma di contributo economico al Paese. Se non è una casta questa... |