Un mese fa gli occhi profondi e malinconici di Amy Winehouse si chiudevano per sempre. A soli 27 anni si spegnevano la vita e la voce di una ragazza il cui talento era secondo solo alla sua sregolatezza. Apro la homepage di Youtube, e metto nome e cognome della sfortunata cantante nella barra di ricerca; tra i primi risultati figura uno tra i brani che amo di più, “Back to Black”. La voce così insolita della cantante riempie la stanza, interpretando quella canzone che, oggi, suona come una triste e macabra profezia. “Io sono morta un centinaio di volte, tu torni da lei e io torno nel nero”, parole tristi sulle immagini di un funerale che nelle intenzioni dell'artista era quello dei suoi sentimenti, di un amore finito. Un mese fa, invece, era lei a lasciare questo mondo, con la sua anima troppo fragile.
“Life is like a pipe, and I'm a tiny penny rolling up the walls inside”
Proprio oggi, però, arriva una notizia destinata a fare rumore, che ha subito riempito le pagine delle news. Dall'autopsia effettuata sul corpo di Amy non sarebbero risultate tracce di stupefacenti; di alcool, ma non di stupefacenti. Con buona pace di quanti sostenevano che la Winehouse sarebbe morta nel corso dell'ennesima seratina a base di oppiacei e droghe sintetiche. Certo, con questo non voglio dire che Amy fosse una santa. L'alcool è un brutto cliente, ed io lo so bene, visto che si è portato via anche mio padre tanti anni fa. Ma questi esami autoptici raccontano di una persona in lotta con il suo demone in bottiglia, non di una viziosa eroinomane che se ne frega della sua stessa vita.
Scorro con la rotella del mouse i commenti al video, e ne vedo uno di un paio d'ore prima.
“She got what she deserved” . Ha avuto quel che si meritava, secondo una ragazza. Poche, semplici parole per compiacersi della morte di un'altra ragazza, per sentirsi più “buoni” e più “puliti”. Era una drogata, un'alcoolizzata, è giusto che sia finita così, che bruci all'inferno. Vero? Noi invece siamo i buoni. E lo siamo proprio perchè siamo così bravi ad appiccicare addosso agli altri l'etichetta di “cattivi”. Etichette che non stacchiamo mai, qualsiasi cosa accada.
La canzone finisce, clicco sulla “X” per chiudere la finestra, disgustato da quelle parole.
Inevitabilmente la mente vola a tante situazioni simili già vissute; nonostante i tentativi di censura e di doppiopesismo, negli ultimi mesi si è ridisegnato completamente il quadro degli avvenimenti che condussero alla sciagurata estate del 2006. E' ormai palese a tutti che si trattò di un'immensa truffa ordita con ben determinati fini, e che la vera, immensa colpa di Moggi (e della Juventus) fu quella di giocare su quella che era da sempre la sua immagine di “Padrino”, millantare poteri oscuri e conoscenze, come ogni bravo Italiano medio nel bel Paese del “Lei non sa chi sono io” e del “Mio Cuggino” che ha fatto questo e quello. E invece ancora oggi c'è chi parla di arbitri rapiti e segregati. E magari delle loro orecchie inviate alla famiglia. Mentre il fatto è già stato più e più volte smontato e sbugiardato. Ancora oggi c'è chi sostiene che “La Juve andava radiata perchè truccava le partite” mentre la sentenza stessa di Farsopoli dice che non risulta essere stata provata l'alterazione di alcun risultato. Ancora oggi c'è chi nega, sminuisce, copre. Si sostiene che le telefonate dolci e severe erano semplici chiaccherate. No, erano sconvenienti, ma meno gravi. Anzi, erano fatte per difendersi dalla Cupola. E via dicendo.
Già è difficile essere informati, perchè bisogna cercare queste notizie come il famoso ago nel celebre pagliaio. Ma se chi legge queste notizie se le fa scivolare addosso grazie all'olio del pregiudizio, allora è davvero tutto inutile. Come lavare la testa ad un somaro. O come mettere una cravatta ad un maiale. Non serve a nulla.
Cercare di informare queste persone è davvero un gioco a cui si perde sempre.
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