Il presidente FIGC è un nostalgico. Abituato a vivere al riparo dello "scudo crociato" non riesce a fare a meno di qualche forma di protezione dietro alla quale ripararsi. In politica quello che sappiamo; in federcalcio invece si scherma con il Consiglio federale.
Il presidente FIGC è stato abilissimo a spostarsi e nascondersi dietro all'organo collegiale, tanto che oltre a non far più mettere in dubbio che il bersaglio delle critiche (e spera lui anche di eventuali future azioni legali) sia l'organo collegiale e non il Presidente, non perde occasione per ribadirlo anche in modo sottile.
Prendiamo ad esempio una delle ultime esternazioni in merito all'esposto all'UEFA della Juve,
«La nostra posizione è di grande serenità, il Consiglio federale è un organo di orientamento e indirizzo con competenze in merito alla politica sportiva, non è un organo di giustizia e quindi non emette sentenze». Abete dirotta abilmente l'attenzione, le responsabilità non sono sue, ma del Consiglio.
Evidentemente l'esperienza politica gli ha insegnato bene a trovare una qualche forma di riparo. Tra pareri all'Alta Corte del CONI, procedimenti in contraddittorio, pareri dei legali FIGC, incompetenze personali ed eventualmente dello stesso Consiglio federale,
Abete ha sempre trovato un modo per scansarsi. Il presidente federale attua alla perfezione quello che in un famoso film veniva definita la "capacità di non bagnarsi camminando tra una goccia e l'altra in caso di pioggia".
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