Quando ci hanno sbattuto in serie B, non mi sono chiesta le ragioni per le quali alcuni dei nostri campioni, stelle del calcio internazionale, ci avessero seguito. Mi sono innamorata di loro più di tutti gli altri. E mi sono dannata l’anima perché non mi sembrava giusto che ragazzi di quel calibro si vedessero derubata una parte fondamentale della loro carriera. Non mi importò nemmeno che Buffon fosse stato coinvolto e poi prosciolto il 29 dicembre 2006 in un’inchiesta di scommesse che riguardava 5 partite antecedenti il 23 novembre 2005. C’erano cose più impellenti alle quali pensare e il clima di caccia alle streghe alimentava tensioni contro la Juventus e gli Juventini. Buffon era il nostro portierone. Punto.
I nostri ragazzi ci hanno riportato in serie A. L’accoglienza è stata della peggiori in quel di Cagliari. Un rovente pomeriggio di inizio settembre nel quale cercarono di rifilarci 3 rigori contro, mentre Cellino se la spassava in tribuna deridendoci con un gesto volgare. Non andò meglio a Napoli e nemmeno in altre occasioni. Ma quel giorno a Cagliari Gigi aveva risposto a Cellino in maniera altrettanto poco elegante. Con una mimica ispirata da quello che sembra essere, a leggere certe sue biografie, un tratto distintivo della sua personalità. Il 9 settembre 2000 sarebbe stato costretto a mutare il numero della maglia da 88, scelto “perché ha dentro quattro palle, che da sempre in Italia sono simbolo di attributi e carattere”, a 77, dopo che la comunità ebraica pare non avesse gradito il significato occulto della cifra, le due H di “Heil Hitler”. Anche l’anno prima non era piaciuta la maglia con la quale Gigi si era presentato in televisione dopo Parma Lazio, recante la scritta “boia chi molla” e il calciatore era stato deferito. Cose che con lo sport non dovrebbero avere niente a che fare, gesti sopra le righe, che però spesso fanno presa su certe frange scomposte della tifoseria. Buffon non è nell’immaginario comune un damerino alla Cristiano Ronaldo e nemmeno il genio sregolato e ingenuo di Maradona. Buffon è stato il n 1. Campione del mondo con l’onorificenza di "Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana" per la vittoria della Coppa del Mondo 2006, ha sposato il sogno degli italiani, Alena Seredova, a compimento di una favola cara ai nostri tempi: la velina e il calciatore. Nel 2008 esce l’autobiografia di Gigi, scritta a 4 mani con Roberto Perrone, che nell’introduzione scrive: “C’è l’umanità di un grande campione che ha vinto e sbagliato e sa affrontare con coraggio tutte le situazioni, anche quelle negative”. C’è davvero, perché il 13 novembre Buffon si racconta anche a Massimiliano Nerozzi di La Stampa, confessando di essere uscito dal tunnel della depressione che lo aveva “inghiottito per sei mesi, dal dicembre 2003 al giugno 2004”. La bestia nera, il nemico che si impadronisce della tua testa anche se sei bello, ricco, bravo e famoso. Quando temi di essere inadeguato. Quando ti senti insoddisfatto. Infelice. Gigi si riscopre uomo e vulnerabile. Un motivo in più per stimarlo.
Eppure è inutile negarlo. Gigi mi ha deluso. E non perché si sia permesso la depressione da ragazzo viziato. Ci sono passata anch’io e lo so che da quel problema si esce con la consapevolezza di doverci combattere tutta la vita per non lasciarlo tornare dentro di te. Gigi mi ha deluso perché lo pensavo l’erede naturale di Alessandro Del Piero. L’uomo immagine di una Juventus ancora vittoriosa. Il nuovo capitano. E così non è stato. Al centro del “projetò” disgraziatamente varato dallo scellerato terzetto subentrato alla Triade, Gigi ogni tanto me lo ricorda con un brivido alla schiena. Quando nel corso delle sue interviste esce fuori calciopoli. Prendiamo l’8 febbraio scorso. Nemmeno immagina quello che ha scatenato quando candidamente ha affermato: “Basta guardare al passato, basta con Calciopoli. Io voglio guardare avanti, perché il passato è importante ma il futuro lo è ancora di più”. Calciopoli non è argomento da rimuovere. Nemmeno se a ordinarlo fosse il tuo psicologo. Non quando sono emerse le prove che è stato tutto un imbroglio. Non se giochi nella Juve. Non mentre Andrea Agnelli prepara le carte per tutti i tribunali e gli organi competenti a riscrivere la nostra storia. Certo, il pensiero è libero. Ma anche Antonio Conte ha detto dopo Juventus Milan: “Io dico sempre ai miei ragazzi: non dobbiamo mai dimenticare da dove veniamo e quello che è successo alla Juventus in questi anni... perché ci hanno distrutto!”. Non è il momento di “scollinare” calciopoli, che non è un fatto temporale. E’ un imbroglio. E se è comprensibile che un giocatore guardi in maniera obiettiva al futuro della sua squadra e alla necessità di effettuare un salto di qualità per superare due stagioni incerte guardando alle potenzialità proprie e degli avversari, è fondamentale scegliere le parole. Senza lasciarsi andare a elogi immotivati e affettatamente sportivi verso quegli avversari che calciopoli hanno usato come arma impropria contro la Juventus. Non è per niente signorile il comportamento del signor Moratti, che ha tirato il freno a mano solo dopo aver capito che il deferimento era in arrivo. Non si possono scegliere gli arbitri per tutte le stagioni. Si può scegliere la squadra nella quale giocare. Non è mai stata la Juventus né nessuno dei suoi tifosi ad aizzare gli animi. Tali preoccupazioni sono solo un paravento. Stia tranquillo Gigi, non c’è bisogno di sedare gli animi di coloro che hanno subito l’ingiustizia e sono ancora disposti a combatterla attraverso la tastiera di un computer. O con due palloncini in mano. Il 28 e il 29. |