L’arte di comunicare è estremamente difficile. E le responsabilità più gravi, che possono portare alla mancata riuscita dell’intento, sovente riguardano le omissioni. Perché comunicare è un qualcosa di ben diverso dal semplice esternare. E’ essere ricettivi agli eventuali feedback, ovvero prepararsi ad uno scambio. E soprattutto, cercare di creare l’empatia, tentare di sintonizzarsi con le frequenze dell’altro. Sennò, per quanto valide le argomentazioni, potrebbe essere tutto inutile.
La veloce e sommaria riflessione di cui sopra si presta a qualsiasi forma di dialogo e relazione. Quando però il fine della comunicazione risulta essere l’informazione, forse vale la pena riflettere un secondo in più relativamente ai destinatari. Basta pensare alla situazione della editoria italiana, fondamentalmente divisa in due grandi gruppi di potere, troppo spesso specchio di due schieramenti politici, i quali ogni volta tendono a rivolgersi come interlocutori solo ed esclusivamente ai propri affiliati in senso intellettuale. Il risultato è un tentativo continuo di compiacimento degli stessi. E si trasforma in banale reclame, fidelizzazione, appagamento e omologazione. Con questi presupposti non si può fare informazione, ma al massimo raccontare versioni orientate al cliente. Si rispettano così le regole del buon marketing, ma non certamente i presupposti di una crescita culturale. E non è nemmeno del tutto vero: perché in una logica strettamente conservativa è probabile che tale strategia mantenga la base della clientela in essere, ma certamente non sarà mai un viatico per conquistare nuove quote di mercato (se non in seguito a cambiamenti esogeni, ovvero delle inclinazioni intellettuali dei lettori).
La redazione di GiuleManidallaJuve è giunta ormai a festeggiare il suo terzo anno di vita. Non ricordo se qualcuno l’ha sottolineato, sennò lo faccio io. E con gratitudine e fierezza, come del ricordo di quando fui contattato agli albori del progetto; ed il mio primo articolo, datato 25/10/2008. Si chiamava "questione di cuore", e immaginava "come la somma dei nostri cuori si sia unita a formare un unico cuore grande, immenso, pulsante di emozioni e di passione, che irrora di sete di verità e giustizia e di passione per la squadra che abbiamo sempre amato le vene dei suoi associati, nelle quali questo desiderio, e la forza e la limpidezza che lo contraddistinguono, scorre incessantemente ed instancabilmente". A pensarci bene, quale peggior forma di cadere nell’errore di autocelebrazione di cui sopra, e di rivolgersi esclusivamente ad un uditorio ben preciso?
Mi sembra abbastanza palese, tuttavia, che il tentativo di uscire dal proprio microcosmo, da una parte per confrontarsi, e dall’altra per cercare di diffondere nuove idee, debba anche essere accompagnato da persistenti richiami alla propria identità. Essendo poi la controinformazione, per definizione, molto più difficile da propagare, è anche di importanza vitale il consolidamento di una coscienza ben definita. E per questo andremmo a mio avviso scusati. Tanto più che, nel tempo, l’associazione si è sempre più progressivamente allontanata dal rischio di trasformarsi in una setta di un migliaio di adepti rancorosi, dediti al culto degli scudetti sottratti, al ricordo di Moggi e Giraudo, e fermi al 2006. Ha invece ricominciato a sostenere la squadra, seguire le vicende del calcio giocato, atteso l’arrivo di Andrea Agnelli nella speranza di leggere discontinuità rispetto alla gestione societaria precedente. Ha messo in discussione la propria chiusura rispetto agli altri, ha manifestato il proprio cuore democratico anche attraverso l’evidenza di alcune, seppur non sostanziali, diverse letture di parte degli eventi, da parte dei propri redattori. E questo in una continua interazione tra lo staff, la redazione, gli utenti tutti, al punto da non poter distinguere le direzioni dei flussi di influenza reciproca.
Giovanni Trapattoni , intervistato ieri sera e riferendosi a farsopoli,
ha detto che nel calcio nessuno è vergine, e chi è senza peccato scagli la pietra. Ha ribadito che la situazione del 2006 non era diversa da quella degli anni ‘80, e in generale di sempre. Concetti che oggi, alla luce delle telefonate dei vari Facchetti, oramai arrivate agli orecchi di tutti e non solo di chi reclamava la non unicità dei contatti di Moggi, probabilmente accettano in molti.
Se non che, il Trap, ha voluto aggiungere che "devi capire che il calcio è così, ti dà grandi soddisfazioni e grandi delusioni, non capirlo vuol dire non aver capito come è fatto il pallone, è rotondo e gira. Ci stiamo girando attorno con delle ripicche che non hanno senso dopo tanti anni, non cambia niente uno scudetto in più o in meno. L'avvocato era una persona talmente saggia che non si sarebbe arrivati a questo punto. Lui andava sopra le righe".Richiamando l’ammonimento iniziale di questo editoriale, entreremmo subito in rotta di collisione con i buoni propositi, se ci limitassimo a dissentire e bollare il mister come uno dei tanti che vuole guardare avanti, che ignora o vuole ignorare la farsa, per continuare a far parte degli ingranaggi del gioco.
In realtà, facendo uno sforzo per mettersi nei suoi panni, il punto di vista dell’ex allenatore della Juventus è evidentemente solo ed esclusivamente quello sportivo. In fin dei conti sostiene quello che sosteniamo tutti: gli scudetti della Juventus di Capello erano tanto legittimi e meritati, quanto quelli conquistati dal Trap con i bianconeri negli anni ottanta. Diceva Aristotele che "la dignità non consiste nel possedere onori, ma nella coscienza di meritarli". E l’unica coscienza che suppone di meritare gli scudetti vinti a tavolino resta ormai oggi solo quella di Moratti ("una coscienza pulita: mai usata", direbbe Stanislaw Lec). Non cambia la sostanza uno scudetto in più od uno in meno: la superiorità della Juventus nel calcio italiano di sempre resta inattaccabile. Basta guardare la classifica oggi, nonostante lo scempio perpetrato solo cinque anni fa.
Bene. Ora che però lo sforzo di mettersi nei panni degli altri lo abbiamo fatto noi, si capovolgano le parti. Anche il buon Trap, se ci legge. Partendo innanzitutto dal ribaltamento dell’ultima sua conclusione. Perché altro che andare sopra le righe:
l’Avvocato e il Dottore non sarebbero mai arrivati a questo punto, perché non avrebbero mai permesso di giungerci! E in questo sta la rabbia dei tifosi della Juventus che non vogliono dimenticare. Oramai è chiaro e limpido come il sole che la Juventus abbia subito quello che ha subito per una mancata difesa nel 2006. Cosa che con loro al comando non sarebbe accaduta. E questo è il punto primo.
Ma c’è molto altro. E non ci si può limitare a fare gli uomini di sport.
Perché il calcio è business, e la Juventus dal 2006 ci ha rimesso moltissimo. Chiedere agli azionisti per credere.
E allora, se ci fossero delle responsabilità oggettive, perché mai dovrebbero restare impunite? Perché il pallone è il giochino della domenica a cui non vogliamo rinunciare? Troppo comodo.
Ma soprattutto, con quale coscienza civile dovremmo tramandare alla storia una menzogna? Per quale compromesso sociale dovremmo accettare il calpestio della giustizia? Perché voltare pagina farebbe bene a tutti?
“Preferisco la verità dannosa all’errore utile. Una verità dannosa è utile, perché può essere dannosa solo a momenti e poi conduce ad altre verità, che devono diventare più utili, sempre più utili. Viceversa un errore utile è dannoso, poiché può essere utile solo per un momento e induce in altri errori, che diventano sempre più dannosi”.
Questo sosteneva Goethe, e non era juventino. Figuriamoci noi…
Queste restano le nostre motivazioni. E più o meno aperti al dialogo e agli altri, queste resteranno fino a che non sarà resa giustizia.
Commenta l'articolo sul nostro forum!