Che Moratti sia "mediaticamente" onesto è un fatto acclarato. Che
non gli basti mai, una pretesa che oramai sconfina da qualunque argomentazione riconducibile alla deontologia professionale dei giornalisti di marca italiana per oltrepassare la logica.
Moratti non è dispiaciuto delle reazioni della Lazio alla partita disputata con la sua squadra, ma dei
commenti dei media agli episodi che in questi giorni hanno, come accade sempre del resto, animato le discussioni tra un turno e l'altro di campionato. In particolare pare che a finire nel mirino del principe degli onesti sia stato proprio il duo
Caressa-Bergomi, che da anni imperversa nei palinsesti SKY spedendo la gente, anche quando non ne ha voglia, a bere un tè caldo e tergiversando per non dispiacergli con la celeberrima espressione, entrata nel gergo comune,
"la voglio rivedere, Fabio". Protagonisti di qualche centinaio di lettere di tifosi bianconeri che minacciavano un paio di anni fa di disdire gli abbonamenti se li avessero ancora sentiti proferire le telecronache delle partite della Juve.
Le reazioni all'ultima uscita del presidente integerrimo non sono neanche più di rabbia, ma di assoluta ilarità. Dopo aver infatti
comprato uno scudetto per la modica cifra di 500 milioni di euro, dopo aver
falsificato passaporti, pedinato e
fatto spiare la gente, disturbato gli
arbitri negli spogliatoi per lamentarsi dello score di vittorie, pareggi e sconfitte, dopo aver
beatificato dirigenti e ridotto la più gloriosa testata sportiva italiana a un covo dove si è ben lieti di esser
nati interisti, dopo essersi lagnati di vivere situazioni kafkiane solo perché
Palazzi era stato obbligato a rivedere la questione dello scudetto di cartone, dopo essere stati
prescritti e diventati la causa dell'incompetenza delle nostre istituzioni sportive, Moratti ancora non ci sta.
Il delitto di
lesa maestà si estende anche ai fedelissimi. A tutti coloro che non hanno più sabbia e
veli nemmeno per nascondere un falletto di mano, dopo averne spesa tanta per occultare telefonate e testimonianze che non riguardavano la società nerazzurra e quindi i carabinieri e le procure. E sviste talmente esagerate di arbitri e guardalinee laureati da un calcio pulito sempre più povero di diottrie, che avalla persino gol con cinque giocatori in fuorigioco.
Volenti o nolenti ci sono 40 telecamere in campo e qualcosa, come diceva anche Auricchio, sarà sfuggita.
Del resto, nel 2006
cambiarono il CGS per consentire l'ingresso dell'illecito strutturato onde poter condannare una squadra che di illeciti non ne aveva commessi. Nel 2008 lo rifecero, per giustificare il decreto
spalmadebiti, che già aveva mutato ad personam le leggi dello stato, anche a livello di giustizia sportiva. In molte occasioni
chiusero gli occhi di fronte alla falsificazione di documenti e al numero di extracomunitari presenti nelle squadre con casacca di colore diverso dal bianco e nero.
Hai visto mai che Moratti riesca a farsi cambiare anche le regole del calcio giocato? Con queste vince sempre la Juve. Anche il Milan potrebbe essere d'accordo. In fondo non è riuscito a portarsi a casa il sia pur simbolico titolo di campione d'inverno nemmeno con 5 rigori in sei partite e Copelli sulla fascia. Ma ha avuto da lamentarsi delle trasmissioni del gruppo Mediaset, che come affermava sempre Auricchio, uno dei grandi vati di calciopoli, proprio non si riesce a ricondurre alla presidenza e alla proprietà del Milan.
Si salvi chi può.
Qualcuno si domanda se i tifosi laziali se ne siano avuti a male. Non lo so. Tra biscotti e telefonate tra presidenti amici per
discutere di passaggi di proprietà di qualche calciatore a poche ore dalle partite, non lo crediamo possibile. In fondo loro sono talmente amici degli interisti che provarono un muto senso di colpa quando Ronaldo ebbe a dispensare lacrime all'Olimpico sul cinque maggio. Lui che non conosceva nemmeno l'ode di manzoniana memoria.
Quelli che non smettono di stupirci sono i tifosi interisti. La loro fede, non solo quella nerazzurra, deve essere stata messa a dura prova dal loro presidente in questi anni. Ma si ostinano a sopportare.
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