Con le giuste competenze, ed ovviamente avendo del buon tempo da spendere nella mirabile arte del cazzeggio, sarebbe interessante condurre un serio studio psicologico e sociologico sulla categoria del “tifoso” della Juventus.
In effetti parecchio è già stato scritto, sebbene non certo da posizioni super partes. Si può così leggere, dal punto di vista di chi non appartiene al popolo juventino, che trattasi di tifosi freddi, poco appassionati, non identificabili nella stessa zona territoriale, quando non cinici e scarsamente ironici. L’altra voce in capitolo invece, quella di dna bianconero, certificherà invece di essere passionale, sportivo, ironico. Tutti concordi solo su due punti: nella frammentazione territoriale del tifo all’interno del panorama non solo italiano, ma addirittura internazione; e sulla colpevole imbecillità relativa alla comprensione ed accettazione dei fatti di quanto accadde nel 2006. Difatti gli antijuventini, oggi, accusano i seguaci di Madama, in primis per via delle dichiarazioni del presidente Agnelli, di non voler accettare le colpe e svoltare da quella data. Mentre al contempo gli juventini che hanno avuto la compiacenza di studiare un tantinello gli accadimenti, accusano i propri pari di non aver approfondito, e di essere stati per la loro superficialità (ed essere tuttora) tra i responsabili dello scempio di farsopoli, in quanto incapaci di opporsi alle menzogne promulgate dai mass media; nonché non aver saputo organizzare efficientemente una adeguata campagna di controinformazione per smascherare l’inganno (casi isolati a parte, modestamente).
A dire la verità, però, c’è un terzo anello di congiunzione sul giudizio dei gobbi, che accomuna juventini e non. Ed è il modo signorile di vivere il calcio. I bianconeri lo chiamano “stile”, gli antijuventini “freddezza” . Sia quel che sia, non c’è dubbio che non si è mai visto il tifoso juventino incendiare i cassonetti o lanciare motorini dagli spalti. Ma soprattutto non si è mai assistito al culto del giocatore prima del bene della squadra (neppure ora con Del Piero), e men che meno si è accettato ed apprezzato i giocatori per il mero comportamento in campo.
Il tifoso juventino ha sempre chiesto di più: ecco perché un Felipe Melo o un Diego non poteva essere amato. Ecco perché il tifoso juventino si gloria di avere come bandiera Del Piero e non Totti: non tanto (o quanto meno non solo) per le prestazioni sul campo, ma soprattutto per gli atteggiamenti umani e sportivi (leggasi il fatto che il capitano della Juventus non è mai trasceso a sputacchiate, proteste, calcetti e calcioni…).
L’addio alla Juventus di Luca Toni non può che essere letto attraverso questa chiave di lettura. Ha vestito la maglia bianconera per poco più di un anno. Ma alla fine, in campionato, si è visto per il solo girone di ritorno della passata stagione, collezionando 14 presenze e segnando due reti. Mai in campo, invece, nell’attuale competizione nazionale.
Come spiegare quindi tutti gli attestati di stima ed i messaggi di affetto nei suoi confronti da parte dei tifosi? Anche Diego in fondo è rimasto una sola stagione, e giocato e segnato di più. Per non parlare di chi, anche in passato, con la maglia bianconera è rimasto per molte stagioni, magari risultando pure decisivo in tantissime occasioni: gente come Boniek o Dino Baggio, tanto per fare qualche nome, o il più recente Amauri. Eppure fin dal primo minuto non ricevettero gratificazioni di addio come quelle ricevute da Toni.
La risposta si nasconde all’interno di quanto sopra si accennava, ovvero nella pretesa del popolo di Madama di vedere indossare la propria maglia con professionalità, impegno e signorilità, prima ancora che con profitto. E’ grazie a questo che ancora oggi si ricorda Liam Brady come esempio contro il Catanzaro, mentre non si perdona il rigore non calciato da Roberto Baggio. Luca Toni è arrivato alla Juventus circondato dalla sua notoria fede juventina. Si è impegnato. Ha fatto gruppo dal primo giorno. Ha segnato due splendide reti e la prima rete in assoluto, pur trattandosi di partita amichevole, nello Juventus Stadium. Ha accettato la panchina e la tribuna senza mai protestare o diminuire l’intensità dell’impegno negli allenamenti. Se ne è andato consapevole di aver fatto la sua parte, rammaricato di non aver potuto fare di più (se solo fosse arrivato qualche anno prima…), felice per aver indossato la maglia bianconera, e con gli auguri per il futuro juventino.
Un esempio di professionalità, come sempre ha dimostrato in carriera: uno che in campo correva, sgomitava e segnava, e terminato l’incontro, davanti ai microfoni, sorrideva senza mai indugiare nei veleni con i quali troppi giornalisti hanno sempre cercato di condire il mondo del pallone.
Resteranno le sue parole, resteranno i suoi due goals, resterà l’impressione, anzi la certezza, che sarebbe nato qualcosa di grande se i destini si fossero incrociati prima della disgraziata annata 2010-2011. Ma tant’è: le due carriere, quella del giocatore e quella della Juventus, di soddisfazioni sono state ugualmente ricche. Ed allora non hanno senso i rimpianti, e non cambia la sostanza.
A Luca Toni, semplicemente uno da Juve, in bocca al lupo per tutto! Commenta l'articolo sul nostro forum!scaricate il pdf
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