Durante questi anni di esperienza Giulemanista, penso che tutti abbiamo imparato molto. Una tra le cose su cui -chi più, chi meno- abbiamo tutti aperto gli occhi è certamente stata
"l'intervista, questa sconosciuta". Già, perchè una volta uno pensava molto semplicemente: "c'è un tizio che fa domande, un altro che risponde, si riporta tutto e il gioco è fatto". Sèè, lallero! Un bravo giornalista sa trasformare questo quotidiano lavoro di routine in uno strumento raffinato e letale.
Si comincia con il porre le
domande giuste, a seconda dell'interlocutore e soprattutto del pubblico che leggerà... poi, si cerca di
condurre per mano colui ci sta davanti a dire ciò che vogliamo fargli dire, e infine... beh, con un sapiente lavoro di
taglia e incolla, si evidenziano alcuni passaggi e se ne omettono altri, così da
plasmare il risultato alle nostre esigenze. In questo modo possiamo quasi fare di tutto: anche far dichiarare a Silvio Berlusconi che dorme sotto ad un poster di Che Guevara o far confessare a Rocco Siffredi che è un fermo assertore della castità prematrimoniale.
Fatta questa premessa, è innegabile che, nella settimana che precede
Juve- Napoli, un'eventuale intervista a qualcuno dell'ambiente Juve -specie se destinata ad
un'audience partenopea, verrà principalmente indirizzata su un binario ben definito. A questo proposito, i media all’ombra del Vesuvio hanno individuato il soggetto adatto: l’ex Presidente bianconero
Cobolli Gigli, che ha concesso interviste a destra e a manca, dal “Mattino” a “Radio Kiss Kiss”.
Purtroppo per noi “Gobbi”, il suo nome è
legato a filo doppio agli anni più bui della nostra storia recente, quelli immediatamente successivi allo tsunami di Farsopoli. Questo, e soprattutto la gestione di quegli anni, non gli concederanno mai un posto tra i Presidenti più amati della Vecchia Signora.
Queste interviste riportano inevitabilmente alla mente i fatti di quegli anni, per la gioia dei venditori di Maalox… Citando Moretti, “continuiamo così, facciamoci del male….”.
Si comincia ovviamente con l’inferno della B e la successiva risurrezione “che non era affatto scontata”. Certo, con la penalizzazione e con la svendita di Ibra, Vieira, Cannavaro, Zambrotta qualche problema in più poteva esserci. Ma far apparire la promozione come un’impresa titanica per una squadra che annoverava tra le sue fila Buffon, Del Piero e Trezeguet (per citarne solo alcuni), beh…
Però bisogna ricordarlo:
“Quando accettai la carica in piena Calciopoli, il primo obiettivo era quello di salvare dal fallimento sportivo ed economico la società. Direi che ci sono riuscito.” Mi permetta di dissentire, dottor Cobolli.
Non ci è riuscito, era previsto. La Juve doveva essere ridimensionata ma non eliminata, troppi e troppo grandi erano gli interessi che, oggi come allora, girano attorno al mondo bianconero.
Il “nostro” passa poi a parlare del mercato giocatori di quegli anni scellerati:
“Corioni, il presidente del Brescia, venne a cena con noi dopo una gara di campionato. Mi disse che aveva un gioiellino tra le mani e che voleva darlo a noi. Per fortuna del Napoli e di De Laurentiis, avemmo dei tentennamenti” . I più avranno già capito che si parla di Hamsik, indubbiamente un buon giocatorino. E la memoria non può, a questo punto correre ai tanti altri nomi accostati alla Juve in quelle stagioni: Xavi Alonso, Lampard, Adebayor, Dzeko, Forlan e chi più ne ha più ne metta. Per poi ritrovarsi con Tiago (ahimè Tiago e basta, senza Motta né Silva) e Poulsen.
Con tutto il rispetto, dottor Cobolli, ne converrà con me: è come ricevere ammiccamenti abbastanza espliciti da Monica Bellucci e Angelina Jolie e poi, a forza di “tentennamenti”, trovarsi a cena con la figlia di Fantozzi.
Non poteva mancare qualche
elogio sparso alla dirigenza napoletana e un augurio per l’eventuale costruzione di uno stadio di proprietà come e meglio di quello della Juve (vedere su Wikipedia alla voce “fan-service”, anche se originariamente era una pratica in uso nei Manga e non nelle interviste) e soprattutto un accenno appena velato, diciamo una soave carezza data con una mazza ferrata, sull’argomento del giorno.
“Del Piero? I giochi con la Juventus ormai sono chiusi, stando alle dichiarazioni del presidente Agnelli. Trovare un compromesso sarebbe sbagliato, mi auguro che possa andar via dal club con la Coppa Italia (e magari qualcosa d’altro no? Un triangolino colorato… ah… quello è già prenotato? Pazienza…), chiudendo con grande dignità la sua avventura alla Juventus." Bon, discorso chiuso e finito. Il fatto che poi da due giorni ce la stramenino con un futuro in azzurro (e non parlo di Nazionale) per Del Piero, beh, è solo un caso, vero?
Scorrendo il resto delle interviste, ci sono ancora alcune perle che non possiamo non riportare:
“Che bello scherzo che mi fece Zalayeta al San Paolo: si tuffò due volte e l’arbitro ci cadde in pieno. Come mi arrabbiai quella sera” . Appunto, dottor Cobolli: quella sera. Perché la mattina dopo non mi risulta che abbia promosso azioni clamorose o minacciato insani gesti come quelli che –ahimè- riportano le cronache di questi giorni. Forse, essendo a Napoli, ha preferito seguire la logica del “Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato”.
“La frase ”vogliamo essere vincenti, simpatici, trasparenti”l’ho pronunciata io. E l’aggettivo ”simpatici” ci è costato molto perché i tifosi pensarono: chi se ne frega di essere simpatici, noi vogliamo essere vincenti. Avevano ragione”. E bravo dottore.
Alla fine l’ha capito pure lei. Peccato che alla fine non siamo stati vincenti, ma nemmeno simpatici. A meno che ciò che si vede e si sente in ogni stadio quando gioca la Juve siano manifestazioni di simpatia.
Ma la cosa più bella… o forse più brutta… quella che tutti noi sapevamo già da tempo e che spiega molte cose sugli avvenimenti di quegli anni, è condensata in poche parole. Ma pesanti come macigni. Alla domanda su un possibile incarico da Dirigente al Napoli, Cobolli risponde:
“Non sarebbe facile lavorare con De Laurentiis: è un intelligente accentratore, un capo molto autoritario nei confronti dei suoi dipendenti. Diciamo che non è proprio il mio sogno...”. Spontanea la domanda successiva, alla quale l’intervistato non dà una semplice risposta. Mette un sigillo indelebile sui fatti e sui misfatti di Farsopoli.
Perché lei che presidente era?
“Non ero il presidente-padrone, i padroni del club erano altri”. Buona serata, dottor Cobolli, l’intervista è conclusa.
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