Pur essendo entrambe le vicende contraddistinte da un’enorme ingiustizia di fondo, tra farsopoli e scommessopoli resta una differenza di fondo.
Nel 2006, il fronte anti-juventino si preparò meglio e di conseguenza ottenne, anche mediaticamente, risultati migliori. Mancava un aspetto determinante, ma per il resto il lavoro era stato bene eseguito: si parlava di sim non intercettabili (con conseguente alone di mistero), si diceva che c’erano le prove di sorteggi taroccati, si pubblicavano stralci di intercettazioni sapientemente ritagliate, così da creare un mostro in grado di decidere quali arbitri farsi mandare, si disegnò una rete capillare, capace di fare il bello e il cattivo tempo.
L’aspetto che insospettì immediatamente i meno disposti a fare piegare la propria mente al vangelo gazzettaro fu la totale assenza di un giro di denaro. Ancora prima che cominciassero i procedimenti sportivi e successivamente penali, qualcuno comprese la farsa, proprio per questo particolare mantenuto sempre lontano dai riflettori: l’accusa sosteneva che designatori ed arbitri amici della Juve venissero corrotti dai dirigenti bianconeri con magliette, gadget ed un paio di biglietti omaggio per vedere la Signora. Non che lo spettacolo offerto da Nedved, Davids e Del Piero fosse di poco conto, ma ripensando ai Rolex regalati dalla Roma o alle attrezzature gentilmente donate dall’Inter qualche anno prima agli arbitri, il confronto con i doni elargiti da Moggi e Giraudo era impietoso.
Negli anni a venire, si scoprì poi che le sim svizzere di Moggi erano tranquillamente intercettabili, ma forse all’accusa aveva fatto comodo non intercettarle, che i sorteggi erano regolarissimi, che nessuna partita era mai stata truccata e che i contatti di Moggi con i designatori, oltre ad essere leciti, erano un granellino di polvere, se confrontati con la montagna di attività di proprietari e dirigenti di tante altre squadre di serie A. Ma
l’obiettivo era stato raggiunto e, anche grazie alla rapidità con cui il piano era stato attuato, gran parte del popolo juventino fu convinto della necessità di allontanare dalla propria squadra quei dirigenti che, oltre ad essere antipatici, erano stati dipinti come poco raccomandabili dalle principali testate giornalistiche italiane.
Tornando al presente,
la faccenda delle partite truccate è evidentemente seria: stavolta il giro di soldi sembra esserci e molti giocatori, colti con le mani nella marmellata, hanno dovuto ammettere le proprie colpe. Fino a qui, insomma, nulla di male: anzi, una volta tanto sembrava che la giustizia sportiva facesse il suo lavoro, senza attendere gli anni necessari a pulirsi le mani nel lavacro della prescrizione.
Ma poi
la tentazione di trascinare in questa storia, anche se indirettamente, la Signora più odiata d’Italia, ha trasformato una vicenda seria nell’ennesima buffonata del calcio italiano. A questo punto, l’inconsistenza e l’assoluta mancanza di coerenza delle accuse determinano una separazione netta tra due “partiti”. Da un lato, ci sono i “colpevolisti a tutti i costi”, in larga parte anti-juventini incalliti, con lo spirito travagliato dei forcaioli: gente che festeggia ad ogni testa mozzata e che sogna di potere nuotare nel sangue di chi abbia avuto la sventura di indossare per troppe stagioni l’odiata maglia bianconera. Dall’altro lato, c’è chi ha ancora un minimo di dignità e di rispetto per la Verità, chi non si accontenta di sorbirsi le tesi gazzettare e repubblichine, chi conserva ancora la propria umanità. Ma questa volta, al contrario di quanto accadde nel 2006,
coloro che non accettano acriticamente le balle raccontate dai mass-media sono molti più di quelli che forse anche in federazione ci si aspettava. Ammettere senza alcuna critica che si possa chiedere, e con tutta probabilità ottenere, la
condanna di una persona sulla base della testimonianza di un delinquente (per sua stessa ammissione), smentito da altri 23 testimoni, è indecente. Come indecenti sono le parole che Palazzi ha avuto il coraggio di dire durante il procedimento ai danni di Conte:
“Le dichiarazioni dei presenti del Siena alle riunioni tecniche non sono credibili, anche perché altrimenti sarebbero stati passibili di omessa denuncia”. Un discorso allucinante, che sembra studiato da un eroinomane in stadio avanzato. Viene il dubbio che se apparissero in aula Padre Pio e Madre Teresa a smentire Carobbio, Palazzi definirebbe anche loro inattendibili. Ma, considerando il contesto, ormai non ci si può più sorprendere di niente, se non del fatto che ci sia ancora qualcuno pronto a gioire di fronte a questo scempio della Giustizia.
Quel che resta di tutta questa storia, almeno per il momento, è un dato di fatto:
Palazzi ha chiesto per Conte una squalifica di 15 mesi, per non avere denunciato un illecito per il quale l’autore (reo confesso) ha subito una condanna di 4 mesi di squalifica. Più o meno come riconoscere gli arresti domiciliari ad un omicida e chiedere l’ergastolo per il padre della vittima, che “non poteva non sapere”. Evviva la giustizia!
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