Quando ho visto Emanuele Pesoli incatenato davanti alla sede della FIGC a Roma ho provato un moto di vergogna. Se il nostro fosse un paese normale il mio sentimento avrebbe trovato un senso nell’avversione per coloro che imbrogliano lucrando sui principi dello sport. Ma non lo è. Perché il mio disagio era motivato dal fatto di non essere accanto a lui.
Ha scritto Aldo Grasso su Corriere.it Sport il 12 agosto 2012 che il grande inquisitore
Palazzi è vittima della giustizia sportiva, esonerandolo dalle sue responsabilità. Il procuratore sarebbe addirittura il vero sconfitto del calcio scommesse, a causa soprattutto del tifo, “che tinge dei propri colori tutto ciò che tocca”. E di una serie di attenuanti non indifferenti: 1) la celerità della giustizia sportiva che si basa sugli indizi e non sulle prove, che lo avrebbe costretto a chiedere condanne su dichiarazioni “non riscontrate”; 2) l’omessa denuncia che sarebbe un non senso, essendo un allenatore complice o no di una combine della propria squadra; 3) il patteggiamento come insulto alla giustizia “fatto apposta per corroborare le tesi fragili dell’accusa” che “sa di ricatto”.
Aldo Grassi qualcosa di giusto la dice. Anche quando afferma che il vizio di vendersi le partite è antico, solo che adesso si sono messi di mezzo gli scommettitori a volere la loro parte. E quando ammette che una richiesta di condanna di tre anni e sei mesi equivale a bruciare una carriera.
Condannare la gente sulla base di ricatti e di indizi piuttosto che di prove appartiene a una logica da tribunale della santa inquisizione e da paesi dove il comune senso civico è soffocato da regimi dittatoriali. Ma
Palazzi non può essere considerato una vittima, perché se così fosse avrebbe preso la sua catena e si sarebbe accomodato accanto ai due ex-calciatori del Siena. L’immagine sintetica che ci rimanda Aldo Grasso del procuratore napoletano è quella retorica del magistrato della Corte militare di Appello dal curriculum ineccepibile e dalla specchiata precisione e pignoleria, posto a guida, con pretese da risibile eroismo cinematografico, degli 007 della FIGC. Solo che
Palazzi non ha intenzione di protestare per l’inadeguatezza del codice di giustizia sportiva, le cui maglie elastiche gli sono anzi servite spesso per esercitare il potere di adattarle ai colori degli indagati, alla stregua di quel tifo condannato da Aldo Grassi. Altrimenti non ci spiegheremmo il suo modus operandi, che procede decidendo ad libitum chi perseguire e chi no, nell’esercizio di un potere più volte configurato in un abuso.
Lo stesso Palazzi
si è giovato della facoltà di prescrivere, senza il parere di un organo superiore, coloro i quali si erano già avvalsi dell’artificio del patteggiamento in sede di giustizia ordinaria per il filone dei passaporti falsificati, stabilendo anche i tempi della prescrizione dopo averne certificato gli illeciti portati a compimento nel settore dello spionaggio e della concorrenza sleale con l’ausilio dei potenti mezzi della Telecom. Il procuratore “accentratore”, come lo definisce Aldo Grassi dimenticando che per Conte la stessa qualità ha costituito aggravante nella condanna di primo grado per omessa denuncia, ha chiesto la radiazione per Moggi e Giraudo sulla base delle sentenze rese, senza prendere in considerazione il contraddittorio e le nuove prove e i nuovi fatti emersi, ma non si è detto frastornato del modo nel quale è stato risolto il caso Preziosi, con il presidente del Genoa colto in flagranza di reato nella compravendita di un match.
Il procuratore è riuscito a trasformare uno scandalo con decine di partite truccate dalla malavita in un nuovo
attacco alla Juventus, giovandosi ancora della macchina mediatica del fango e del diffuso sentimento popolare e tentando di rimediare ai danni della società bianconera una nuova punizione esemplare, lavacro purificatore di un calcio alla deriva, seppure costituisca ancora in Italia una delle maggiori fonti di economia. E riuscendo a
condizionare nuovamente il prossimo campionato di calcio di serie A fuori dal rettangolo verde. Alla luce di queste considerazioni gli Juventini sentono come un
accanimento l’esigenza di Palazzi di portare in appello le sue rivendicazioni contro Bonucci e Pepe, prosciolti in primo grado, come ammette Simone Di Stefano per il Corriere dello Sport, senza sostanziali novità, ma su rafforzativi e la convinzione di un’”erronea valutazione della Disciplinare”.
Nel maggio 2005, come ha confermato il 20 novembre 2009 nel corso dell’udienza del processo di calciopoli sotto giuramento, Zdenek Zeman, dissentendo a suo dire dalle motivazioni che avrebbero indotto il Lecce da lui allenato ad accettare una combine con il Parma per il pareggio, voltò le spalle al campo nel corso di una partita considerata dagli inquirenti al centro degli interessi della cupola moggiana nella quale, arbitro De Santis, si sarebbe voluta evitare la vittoria dei gialloblu per salvare la Fiorentina.
Secondo le novità introdotte nel CGS i tempi della prescrizione si sono allungati da 4 a 8 anni. Ci chiediamo perché Zeman non sia stato deferito per omessa denuncia e perché senta la necessità di andare incontro al biasimo del presidente degli allenatori Ulivieri e persino della FIGC Abete suggerendo a Conte modelli comportamentali che esulano dai regolamenti.
Soprattutto se la “vittima”
Palazzi non faccia un uso personale del Codice di Giustizia Sportiva o dettato da motivazioni che prescindono dall’operare liberamente e serenamente nel nome della giustizia e dello sport. Commenta l'articolo sul nostro forum! SCARICATE GRATUITAMENTE GIULEMANIDALLAJVUE NEWS

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