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Attualità di N. REDAZIONE del 09/10/2012 14:37:43
Calcio business: chi ci perde?

 

Gigi Riva, indimenticabile bomber del Cagliari e della nazionale, la scorsa settimana ha rilasciato una intervista a Giancarlo Padovan per Pubblico. Tra le altre cose ha dichiarato che nel calcio odierno girano troppi soldi, che inviterebbe il governo a guardare nei bilanci della varie società e di conseguenza chiedere loro un contributo economico in questo periodo di crisi. Opinioni legittime che danno adito a qualche riflessione.

Certo il calcio di oggi non è più quello degli anni ’70, è più una impresa di carattere economico, i calciatori non vengono più trasferiti come merce grazie alla legge Bosman, esistono società quotate in borsa, ci sono i fondi televisivi che permettono, forse ancora a pochi e per poco, di sopravvivere.
E ciò ci riporta ai controlli evocati dal “rombo di tuono” di Leggiuno. Le società quotate in borsa devono avere i conti in ordine, certificati dalla Consob e devono renderne conto ai soci. Le altre, più o meno gestite da mecenati in alcuni casi, imprenditori da altri, faccendieri ed intrallazzatori che non mancano mai specie nelle serie minori, hanno i bilanci controllati dalla Covisoc all’atto della iscrizione, in particolare poi si affidano a fideiussioni più o meno garantite. Ciò indubbiamente crea delle disparità tra le squadre quotate e quelle non quotate che possono bellamente, ed in passato ci sono volute diverse norme per salvarle, aggiustare i loro conti.
Certo nessuno ha mai obbligato Lazio, Roma e Juve a quotarsi in borsa ed anche tra queste tre società si è assistito a dei fallimenti, Cragnotti con la Cirio per la Lazio, Sensi ha dilapidato gran parte dei suoi beni per la Roma, mentre la Juve, causa anche farsopoli, è stata costretta a ben due ricapitalizzazioni nell’arco di 5 anni. Il tutto per rimanere competitivi nell’agone sportivo e lottare contro chi invece in più di qualche occasione ha fatto il furbetto del pallone.

Ma nel pallone si sa conta molto la programmazione, avere idee chiare, scouting all’altezza, marketing efficace, giovanili e tecnici di valore nonchè uno stadio proprio, prerogativa solo della Juve al momento.
In tutto questo mondo ci sono dei Presidenti che resistono alla guida di società da oltre 15 se non 20 anni. Chi glielo fa fare? Sono filantropi o sanno fare bene i loro conti. Almeno nelle serie minori, dove le entrate sono esigue, c’è chi resiste sulla breccia ma ci rimette economicamente? Credo proprio di no altrimenti avrebbe abbandonato da un pezzo, qualche giovane di belle speranze ceduto ogni anno fa si che la società possano sopravvivere, un modo per scaricare un po’ di spese poi lo si trova sempre.
Nello stesso tempo esistono società che non retribuiscono gli atleti per mesi o lo fanno solo a fine campionato ricattandoli. Ma in questi casi i bilanci chi li guarda, chi controlla, chi salvaguardia i calciatori? Tutto tace.

Nella massima serie invece c’è chi acquista una società per fare affari con centri commerciali, chi con l’edilizia, chi con gli alimentari o con la moda o l’export, chi col petrolio e qualche società è nelle mani delle banche. Se stanno li per tanto tempo vuol dire che non ci rimettono, hanno altri introiti o non mancano i modi per aggiustare i conti. Piangono sempre miseria ma poi alcuni pagano stipendi d’oro. Certo i campioni costano, costa acquistarli e mantenerli ma se non c’è la possibilità di permetterseli si cambi tattica e poco importa se poi non si vince anche perché a vincere, alla fine, sarà una sola squadra.
Vabbè qualcuno ci rimarrà male quando non si vince e qualcun altro già sa in partenza che non potrà mai vincere però resiste. Quindi che si fa, si dice che si staccano assegni per coprire i buchi ma solo ora in vista del fair play finanziario, sino a ieri invece... E la programmazione? Conta solo quando si vince, magheggi finanziari di gestione, sponsorizzazioni varie e giustizia sportiva a parte.

Di Vincenzo Lo Stracco

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