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          GLI ARTICOLI DI GLMDJ
Attualità di G. FIORITO del 12/03/2013 15:36:13
Viaggio nel tifo. Passione o malattia?

 

Che cos'è il tifo

Il termine tifo è il corrispettivo del greco antico “typhos”, che significa febbre. In italiano la parola può avere due significati, riferendosi sia al nome dato a una ben nota malattia molto temuta in passato, che alla passione che spinge un individuo o un gruppo di individui a sostenere un atleta o una squadra che si impegni in uno sport.

Nell'antica Grecia

Nell’antica Grecia le discipline sportive erano praticate e importanti al punto che nella ricorrenza dei giochi di Olimpia, che ispirarono le Olimpiadi moderne, veniva proclamato un periodo di tregua in occasione di guerre. Per i Greci valeva il principio romano di “mens sana in corpore sano”, ma arricchito dei significati di pace mentale e fisica. La passione di questo popolo per le attività ginniche è testimoniata dall’esigenza di esprimerne in lirica il sentimento, come fece Pindaro, che ebbe a scrivere: “Quando ci si cimenta in una gara, solo la vittoria libera dalla tensione della prova”. Quasi un precursore dello spirito bianconero, come lo ha espresso uno dei suoi più validi alfieri, Giampiero Boniperti, quando ha testimoniato che “vincere non è importante, ma l’unica cosa che conta”.

Nell'antica Roma

Fu la frenesia della vittoria a mutare il carattere pacifico dei giochi e delle gare? L’archeologo Weber ci spiega l’evoluzione dello spirito olimpico nel libro “Panem et circenses”, con l’immagine colorita del primo ultrà della storia con indosso una tunica romana. Sembra essere stato proprio il Colosseo lo scenario nel quale è maturata l’idea di tifo come viene intesa oggi: masse contrapposte di esagitati capaci di scatenare risse e disordini e autorità che lasciano fare perché ritengono abbastanza conveniente che lo stadio agisca da valvola di sfogo per le cosiddette tensioni sociali. Con tutte le conseguenze che spesso sono state in passato calcolate male e sono diventate causa di eventi drammatici sfociati nel lutto.
Un altro motivo che spingeva le autorità romane e i potenziali politici a crogiolarsi nelle gare del circo e a investirci sopra ingenti capitali sembra fosse la possibilità di ottenere attraverso il sostegno pubblico di corse e combattimenti la strada spianata verso le cariche pubbliche e il successo. Anche questo un dettaglio non da poco se raffrontato con le esperienze, chiamiamole di mecenatismo sportivo, di qualche imprenditore italiano che ha saputo fare tesoro dell’altro detto romano: "historia est magistra vitae". Anche qui con conseguenze e responsabilità che ognuno è libero di giudicare.
Non mancano nemmeno gli aneddoti riguardo al fanatismo sportivo, che condusse secondo Plinio il Vecchio un tifoso al suicidio per la morte del suo auriga preferito e per Svetonio l’imperatore Caligola a desiderare di far console il cavallo dell’auriga che tifava. Indimenticabile la sequenza del film vincitore di ben 11 Oscar “Ben Hur”, nella quale Charlton Eston rischia la vita in una gara di quadrighe contro Messala, un avversario la cui qualità principale non è certo la lealtà, che nel mio immaginario ho sempre associato spontaneamente al cavallino rampante della Ferrari. Sembrerebbe non a torto, a giudicare dalla guerra che si è scatenata tra gli Agnelli (qualcuno dice tra i lupi e gli Agnelli) per la successione di Gianni e Umberto, che ha visto sì coinvolta la casa di Maranello e il presidente dei carini, ma in modo molto più eclatante e con conseguenze più tangibili la Juventus. Non a caso è opinione diffusa che una presidenza di successo di questi due capisaldi dello sport possa condurre alla guida degli affari di famiglia e poi chissà.

Ai giorni nostri

Come tacere a questo punto che persino un nostro moderato di spicco, che ambisce a salire in politica in nome dell’alto valore etico della pratica, non abbia esitato a candidare esponenti dello sport nella recente tornata elettorale? Naturalmente non è stato il solo. Tra gli eletti, anzi rieletti, al senato ecco per il PDL un ex presidente della FIGC, quel Carraro non nuovo a esperienze politiche (è stato tra l'altro ministro del turismo, sport e spettacolo nei governi Goria, De Mita e Andreotti VI e sindaco di Roma) che si guadagnava consensi chiudendo un occhio di fronte ai passaporti falsi con i quali un mecenate sportivo aspirava a vincere dribblando regole e leggi, ma anche, come si sarebbe saputo in seguito, spiando e auspicava al telefono che i designatori istruissero gli arbitri nel favorire la sua squadra a discapito di quella che guidava la classifica. Criticato per il doppio ruolo di banchiere e dirigente sportivo, che gli consentì di far iscrivere al campionato 2002/2003 la Lazio nonostante un debito di 110 milioni di euro, ammise di fronte alle contestazioni dell'economista Victor Uckmar, il quale sosteneva un peggioramento delle condizioni finanziarie del calcio italiano sotto la sua dirigenza, che molte società sarebbero dovute fallire, ma che non era il caso di prendere provvedimenti per le eventuali reazioni degli ultrà.
Approdando a tempi più recenti, assodato che una buona fetta di tifo si spende di sicuro nel mondo a vantaggio del basket, del baseball, del football americano e del rugby soprattutto, non possiamo fare a meno di considerare che è vero che il calcio ha ereditato tutto il meglio e tutto il peggio degli ignari greci e romani. Con sfumature e distinguo che puntualmente tornano a confrontarsi nei massimi tornei che vedono protagoniste le squadre dentro e fuori dai loro ambiti nazionali.
Rinomata la rivalità tra Real Madrid e Barcellona, infarcita di coloriture politiche per l'ansia di autonomia dei Catalani e le vessazioni a suo tempo subite dal generale Franco, che invero ebbe però anche a intuire le potenzialità economiche della regione per il rilancio dell'economia spagnola.
Non sono trascorsi tre mesi da quando nella notte di Santa Lucia al Cícero Pompeu de Toledo, detto Morumbi, i brasiliani del San Paolo e gli argentini del Tigre hanno dato libero sfogo alle peggiori istanze antisportive, prima assaltando il pullman del Tigre e poi con l’ausilio delle forze dell’ordine che in un’appendice sanguinolenta improvvisavano una carneficina negli spogliatoi.

La Juventus e il tifo

Qualcosa di simile si è scatenata in occasione del penultimo turno di campionato anche nella città del Vesuvio, dove una sfida scudetto che entrambi gli allenatori avevano definito ancora prematura in vista di altre undici giornate da giocare prima della fine del campionato, era stata esacerbata da media e addetti ai lavori. Con il risultato che il pullman della Juventus è stato barbaramente attaccato dai tifosi celesti con evidenti rischi per i giocatori bianconeri. La stessa città di Napoli qualche giorno dopo si è ritrovata ancora e stavolta più seriamente a leccarsi le ferite per l’incendio che ha devastato la Città della Scienza, ritenuto di origine dolosa e legato presumibilmente agli interessi delle organizzazioni malavitose nella zona.
La Juventus ritroviamo protagonista nella doppia sfida di Champions League con il Celtic, stravinta sul versante sportivo, che le ha fatto meritare l’approdo ai quarti di finale dopo sette anni, 18 partite consecutive da imbattuta e 490 minuti senza prendere gol dagli avversari. Un leit-motiv che evidentemente il mister Conte intende continuare a far echeggiare nell’orchestra juventina. Ha deluso Lennon, l’allenatore degli scozzesi, che contrariamente alla celebre cantilena che vorrebbe i britannici ligi alla lealtà sportiva e al di là di ogni sospetto, aveva alzato qualche polverone di troppo sull’arbitraggio dell’andata, probabilmente sulla scia di quello che da tempo immemore si favoleggia in Italia sui favori che la Juve riscuoterebbe dalle giacchette nere. Urge informare il signor Lennon che i risultati dei processi di calciopoli e le classifiche stilate descrivono una realtà diversa. Nella quale l’ex dirigenza bianconera nota come Triade organizzava cupole senza il consenso dei giudici di gara, abbondantemente scagionati e per non far retrocedere la Fiorentina. La Juventus non era e non è la squadra maggiormente beneficiata dai penalty, poiché le sue dirette avversarie riescono a giocare anche intere stagioni senza subire un rigore contro. Quanto alla diceria che la vede godere perché vince sul campo, il signor Lennon dovrebbe averla sperimentata a sue spese.
Sul versante tifoserie, la sfida preannunciata sembra aver diviso i bianconeri. Da una parte c’erano gli scozzesi, in vena di cantare oltre il novantesimo nonostante le sonore sconfitte patite da una Juve in grande spolvero. Costoro si esibivano anche a Torino in scambi di sciarpe con gli avversari, mentre non esitavano a buttare all’aria gli indumenti per mostrare le proprie grazie riscaldate e i propri neuroni ottenebrati dai fumi dell’alcool, nemmeno fossero baccanti. Dall’altra gli Juventini, che dentro lo Juventus Stadium sanno non essere secondi a nessuno, ma anche esigenti nei confronti dei loro beniamini.
Qualcuno desideroso di imparare l’arte del supporter a oltranza di stampo britannico. Qualcun altro perplesso di fronte all’esasperazione di un comportamento, che sprigionato in larga parte dall’attitudine al bere e alla caciara non sembra toccarli oltre l’epidermico effetto coreografico.
Un tema che si rincorre nel web più di quanto non si creda e va a incontrarsi nella dicotomia tra il tifoso “da stadio” e il tifoso che gli ultrà amano definire “occasionale” e che invece potremmo chiamare “da divano” o forse più propriamente “abbonato” (a una televisione) e in larga parte “fruitore di forum”.
Due modi diversi di curare la stessa malattia. Che in alcuni si manifesta di pancia e in altri anche di testa. Ma che ancora una volta può servire per indagare le ragioni della nostra società attraverso il calcio e persino oltre il calcio. Passione che non concede scampo, comunque la si viva. In fondo anche il "pathos" rimanda a un termine antico, che affonda ancora una volta le radici nel mondo greco e che vuol dire “sofferenza”.
Coraggio. La Juventus è nel G8. Ora sì che si torna a soffrire davvero. Ed è meraviglioso.

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