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          GLI ARTICOLI DI GLMDJ
Attualità di G. FIORITO del 27/03/2013 08:56:12
Le metafore di Travaglio

 

Abbiamo assistito nel corso della puntata di “Piazzapulita” di lunedì 25 marzo all’ennesima dimostrazione della professionalità di Marco Travaglio: uno a cui piace essere coraggioso, ma a distanza di sicurezza. Come aveva annunciato, ha disertato gli studi del format di Corrado Formigli, che pure sono ubicati presso la stessa televisione che manda in onda “Servizio Pubblico”, la sede dalla quale lo scorso giovedì 21 marzo aveva lanciato strali infuocati all’indirizzo del neo-presidente del Senato Piero Grasso. Come volevasi dimostrare Travaglio è sempre bravo a leggere il compitino scritto e se la dà a gambe quando c’è da affrontare faccia a faccia l’avversario.

Tra le accuse mosse dal giornalista all’ex procuratore nazionale antimafia, sostanzialmente accusato nell’insieme di operare come magistrato con prudenza proporzionale all’avvicinarsi delle indagini e della formulazione delle accuse ai sentieri del cosiddetto terzo livello degli adepti alle associazioni di stampo mafioso, c’era l’osservazione fatta a suo tempo dal figlio di Vito Ciancimino, secondo la quale Grasso avrebbe volontariamente trascurato una serie di intercettazioni telefoniche che vertevano sui rapporti dell’ex sindaco di Palermo con alcuni capi mafiosi, nel corso di conversazioni con il suo commercialista. Piero Grasso ha spiegato a sua discolpa che queste intercettazioni non sarebbero nemmeno state trascritte e “brogliacciate” dai carabinieri che le passavano al vaglio, poiché in esse si faceva menzione di presunti personaggi malavitosi citandone solo il nome e non il cognome.
Ha tratto quindi due osservazioni:
1) impossibile formulare accuse su questa base, poiché facilmente confutabili;
2) il lavoro di scrematura delle intercettazioni telefoniche viene effettuato dai carabinieri che le ascoltano e successivamente viene analizzato dai procuratori che lo esaminano e procedono a formulare le accuse. Vi sarebbero di conseguenza gradi diversi di responsabilità e non si può pretendere che il coordinatore capo, rappresentato in questo caso proprio da Grasso, possa aver letto ogni singolo atto delle indagini.

Non essendo noi né posti né abilitati a giudicare in questa sede l’operato di Grasso e dei suoi “Magnifici” dei quali non conosciamo neppure il numero, non possiamo tuttavia esimerci dal considerare quanto queste indagini fossero importanti, gravi e gravi per tutti gli italiani, inserendosi nel ciclo della cosiddetta trattativa che sarebbe avvenuta tra lo Stato e la mafia per fermare le stragi che portarono alla morte di Falcone e Borsellino e all’attentato di via Georgofili a Firenze, che mise a repentaglio la sopravvivenza di una parte significativa del nostro patrimonio storico e culturale e stroncò la vita di una creatura di pochi mesi. Eppure non fu ritenuto di dover collegare quei nomi ai rispettivi cognomi.

Come sa bene chi ha seguito le indagini e i processi di calciopoli in questi anni, il caposaldo dell’accusa di aver costituito una cupola per truccare i campionati senza truccare le partite e senza nemmeno l’ausilio dei direttori di gara, banditi i sorteggi truccati, le ammonizioni mirate e le partite condizionate, tutti artifici che hanno dimostrato la loro debole consistenza in fase dibattimentale, rimane vincolato alle sim svizzere. In esse non si fanno né nomi, né cognomi, perché pur potendo essere intercettate ci hanno raccontato che non lo sono state. Anche se qualcuno ha subodorato il contrario, come nel caso dell’intercettazione ambientale per la salvezza della Fiorentina, forse perché i colloquianti non dicevano niente che potesse comprometterli. O, come è stato detto più volte da Moggi e dai suoi legali, vi si svolgevano conversazioni che riguardavano la compravendita di calciatori, cioè il mestiere del presunto capo della cupola, che di quelle schede si serviva, essendo stato avvertito che qualcuno lo spiava perché incapace di condurre trattative al suo livello, cioè quello di un vincente.
Qualcuno dovrebbe spiegarci perché a Palermo si cercano le prove e a Roma e a Napoli ci si accontenta di ipotesi fumose, come per esempio la possibile, per quanto improbabile identificazione di due soggetti telefonicamente interlocutori nei luoghi dai quali partirebbero alcune chiamate.

Piero Grasso ha affermato che la sua rabbia maggiore è quella di essere accusato di aver ottenuto qualcosa (in cambio di qualcosa d’altro) senza che ciò corrisponda alla sua verità, eppure costituisca una grande infamia nei suoi confronti. Ha anche detto che il suo più grande cruccio come magistrato è di aver intuito qualcosa ma di non averlo potuto dimostrare.
Alla Juventus mancano due scudetti, ha scontato un anno in serie B e viene costantemente infamata sulla base di intuizioni, che tali sono rimaste nonostante lo Stato continui a investire ingenti risorse pubbliche per lo svolgimento di processi nei quali i fatti si incartano su se stessi, senza che chi li ha voluti ammetta i propri errori. Qualcuno deve spiegarci perché Narducci e Beatrice davano corda a ipotesi fumose e tralasciavano di condurre indagini e formulare accuse sulla base di intercettazioni regolarmente segnalate a dovere dai carabinieri attraverso i famosi baffetti rossi e gialli. E che curiosamente riguardavano l’Inter, la maggiore beneficiaria di calciopoli.

Sul finire della trasmissione hanno consegnato a Formigli un’ANSA, secondo la quale Marco Travaglio, che aveva dichiarato che avrebbe seguito un telefilm, affermava di stare ascoltando le dichiarazioni di Grasso e rilanciava il sasso nel tentativo disperato di non farsi di nuovo sorprendere a nascondere la mano, nelle acque ormai intorbidite dei suoi giovedì all’ombra di Santoro. Piacciono a Travaglio le metafore calcistiche. Deve pertanto aver compreso che non presentarsi a disputare sul campo un match ti fa perdere comunque, per 3 a 0, anche se solo a tavolino.
Nel corso delle dissertazioni che avevano spinto Piero Grasso all’urgenza di un confronto televisivo, aveva paragonato la sua ascesa a procuratore nazionale antimafia a una partita giocata contro il suo antagonista Caselli, nella quale erano state cambiate le regole e di fatto quest’ultimo era stato estromesso dall’incontro. Piero Grasso aveva così vinto facile. Nella sua metafora Travaglio aveva detto che era come se in un’ipotetica finale di CL la Juventus fosse stata costretta a non scendere in campo e il Barcellona, da solo sul tappeto verde, si fosse messo a tirare in porta per 90 volte senza essere ostacolato da nessuno, vincendo senza merito. Qualcuno dovrebbe dire a Travaglio che è già successo, ma al posto dei blaugrana c’erano i nerazzurri.

Se Travaglio fosse un giornalista vero dovrebbe accorgersi che spesso vi è l’”intuizione” diffusa che possa accadere ancora o che addirittura stia già accadendo. Che qualcuno abusi dei regolamenti a suo piacimento e anche questa volta lo faccia a discapito di chi ha il solo torto di vincere sul campo: la Juventus.

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