Leggiamo con interesse l'articolo a firma
Beccantini apparso ieri sulla Gazzetta dello Sport.
Oggetto sono le motivazione della sentenza del processo di appello a Giraudo.
Tralasciando la questione sulla tempistica (la lettura approfondita delle motivazioni integrali evidentemente ha richiesto molto tempo), quello che interessa è la disamina su come
i pilastri della sentenza e, quindi, di tutta Calciopoli, siano tutt'altro che saldi. Riconosciamo a Beccantini capacità giornalistiche al di sopra della media, ma anche una certa rigidità e una certa altezzosità nei confronti di chi da anni porta avanti, senza aver nessun tornaconto personale, una battaglia di giustizia, da lui non condivisa.
Le conclusioni a cui arriva (
“rispetto le sentenze ma i dubbi restano”), per la verità sconvolgenti per i parametri della Gazzetta, non aggiungono infatti granché a quanto
tutti quelli che si occupano della vicenda senza preconcetti sanno già da tempo, per i quali la sentenza d'appello non ha fatto altro che evidenziare le pecche già note del castello accusatorio, anziché, come farebbe pensare la condanna, rafforzarle.
Un po' come scoprire l'acqua calda e annunciare la notizia come un fatto sensazionale.
Peccato che qualcuno, con quell'acqua bollente, si stia già scottando da sette anni.
Addendum del giorno dopo Tu quoque! Questo deve aver pensato il direttore della Gazzetta, rileggendo l'articolo di Beccantini di ieri, pubblicato probabilmente per distrazione o perché troppo impegnati in questioni più importanti, quali la celebrazione quotidiana dell'eroe Balotelli. Si sa: il dubbio è un piccolissimo germe che, se attecchisce, prolifera rapidamente anche nelle menti più indottrinate. La Gazzetta non vorrà mica correre qualche rischio? Meglio precisare.
Ci sono dubbi? Sì, ma il castello (anche se di carta...velina) rimane in piedi, soprattutto, anzi solamente, nel punto fondamentale: Moggi e Giraudo (e quindi la Juventus) erano e restano brutti, sporchi e cattivi. Sempre uguali a se stessi, non c'è che dire.
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