“… Chi vince scrive, fa storia… Gli altri magari vanno a leggere”. Leggiamole, con legittimo orgoglio bonipertiano, ancora una volta queste parole di Antonio Conte, pronunciate a cavallo tra l’uscita di CL della Juventus e il match con la Lazio di campionato, eppure universali. In esse c’è tutta l’epica dello sport, lo spirito bianconero e il carattere di un allenatore che, nonostante abbia dichiarato in maniera talmente professionale da venire frainteso dalla maggior parte degli addetti ai lavori nostrani che lavorerebbe dando il massimo anche se operasse sulla panchina dell’Inter, rivela come sia stata incisiva la sua formazione in quell’ateneo del calcio che è stata la Juve di Marcello Lippi.
Chi vince rimane negli annali della storia, malgrado ciò che ne pensasse De Coubertin, che però aveva in mente uno sport diverso da ciò che è diventato il calcio. Da una cinquantina di anni questo sport non appartiene più soltanto agli atleti, che hanno accettato di diventare professionisti e di scambiare l’impegno costante e totale con guadagni che hanno raggiunto dimensioni stratosferiche. Intorno al calcio ruotano interessi colossali perché l’attenzione spropositata che riesce a coagulare su di sé lo ha fatto diventare un business. Forse solo la musica rock e pop è riuscita a eguagliare questo fenomeno che riesce ancora a smuovere dal divano di casa, dove con la pay tv e internet arriva il mondo senza bisogno di andarselo a cercare, migliaia di persone per inseguire una passione e dare sfogo a volte a quegli istinti primordiali e irrazionali che la civile convivenza ha cercato di isolare nei video-games, coi quali talvolta le ultime generazioni confondono la vita. E’ discorso complesso che compete agli studiosi della società indagare. Qui ci preme soprattutto considerare che fin da ragazzini, nel tirare i primi calci ad un pallone sotto casa, siano stati veramente in pochi a farlo senza sognare un giorno di giocare nella Juventus, nel Milan, nel Real Madrid, nel Barcellona, piuttosto che nella Ternana o nel Lione o nel Viktoria Plzeň, per via di quei trofei che scintillano nelle bacheche dei musei e delle sedi di tutte quelle gloriose società che hanno fatto la storia del calcio.
Uno che queste cose dovrebbe saperle è
Maurizio Pistocchi, perché si occupa di calcio fin dal 1975, quando iniziò a collaborare con Il resto del Carlino e ha passato tutta la vita nelle reti Mediaset a montare, smontare e rimontare le partite di calcio degli ultimi trent’anni alla moviola, raccontando non solo il campionato italiano, ma spesso anche quello inglese, altrettanto entusiasmante.
Pistocchi non passa per un giornalista filo juventino e
non è nemmeno nuovo alle polemiche con il mondo bianconero. Solo un paio di anni fa incappò in una bruttissima gaffe dopo un match disputato dai bianconeri contro il Bologna nel quale Krasic si era reso colpevole a suo avviso di una simulazione talmente esecrabile da fargli dire in diretta che il giocatore non era serbo, piuttosto non era serio, suscitando un vespaio di polemiche legittime perché la discriminazione in base alla nazionalità e all’appartenenza etnica non è certo uno dei cardini del codice etico dei giornalisti.
Eppure questo episodio, per il quale non ci risulta Pistocchi sia stato punito né redarguito nonostante l’iniziativa di alcuni tifosi bianconeri di renderlo noto all’ordine dei giornalisti italiani, non ha impedito al giornalista di Mediaset
di tornare ad alimentare le polemiche contro la Juventus con il condimento di allusioni all’etica sportiva bianconera. In occasione della sconfitta in casa con il Bayern Pistocchi aveva lodato la società Juventus per la sua capacità di fare da traino alle squadre italiane anche grazie all’operazione JS, in questo momento difficile per il nostro calcio, che vede scalare continuamente la sua credibilità internazionale di pari passo al ranking UEFA. Tuttavia aveva criticato Conte perché a suo giudizio potrebbe migliorare il gioco della Juve
“a partire dalla difesa a tre, che poi diventa a cinque, molto rischiosa in campo internazionale”. Piccato il Mister bianconero gli aveva risposto di “andare lui a fare l’allenatore, visto che è così bravo”.
In febbraio Pistocchi era stato protagonista di un’altra disavventura televisiva, quando gli era stato consegnato un Tapiro dalla redazione di “Striscia la notizia” perché durante la trasmissione "Serie A Live" in onda su Mediaset Premium era stato proposto un servizio sullo stadio Is Arenas di Quartu Sant'Elena (Cagliari), dove si era disputata la partita tra Cagliari e Milan. Solo che le immagini mandate in onda erano quelle del kartodromo abbandonato di Arborea (Oristano), spacciato per lo stadio. Il vicedirettore di Mediaset Sport Nicola Calathopoulos si era dovuto scusare, ma naturalmente Mauro Contini, sindaco di Quartu Sant’Elena, aveva criticato l’incapacità di una redazione di giornalisti che aveva imbastito addirittura un dibattito su un errore così grossolano, penalizzando i sardi e la Sardegna con pregiudizio e poco riguardo nei confronti della vocazione turistica della regione.
Alla luce di questi fatti Pistocchi non può essere considerato un maestro di etica e farebbe bene a stare per un po’ alla larga dalle questioni etiche, ripiegando saggiamente magari proprio sull’epica che vede trionfare in campo il più forte. Invece torna alla carica, polemizzando ancora contro Conte sempre dal pulpito di Mediaset:
“C'è chi vince ma non ha scritto la storia, perché si deve vedere anche in che modo si vince”. Non abbiamo chiaro ciò che Pistocchi ha voluto significare con questa frase, ma fortunatamente abbiamo qualche certezza. La Juventus è una squadra che vince spesso il campionato dominandolo. Addirittura ha vinto l’ultimo scudetto senza perdere nemmeno una partita. Con Fabio Capello ha vinto il secondo scudetto consecutivo con 91 punti in 38 partite, con una permanenza record in testa alla classifica. Tutto sommato però Pistocchi non ha torto, perciò andiamo a vedere in che modo fu vinto quel campionato, datato 2005/2006. Ebbene, alla Juventus non bastarono 15 punti di vantaggio sull’Inter, che se lo aggiudicò. A tavolino, nonostante i suoi dirigenti si fossero resi colpevoli di illeciti sportivi per i quali non sono mai stati processati perché il procuratore della FIGC Stefano Palazzi ha stabilito che c’erano, prescrivendoli al tempo stesso con un’operazione alquanto frettolosa se non arbitraria. E’ vero, mai quanto quella che era stata perpetrata sempre nel 2006, quando Oriali e Recoba avevano patteggiato sei mesi di reclusione poi convertiti in una multa di circa 24.000.000 euro per aver falsificato il passaporto del giocatore e non era stata nemmeno presa in considerazione l’idea di sottoporre a processo sportivo l’Inter. La prescrizione avrebbe salvato due anni dopo calciopoli, nel 2008, l’Inter e il Milan anche per il processo sportivo relativo ai falsi in bilancio.
Sette anni dopo, alla luce delle sentenze di calciopoli, che invitiamo Pistocchi a leggere, non è rimasto più nulla delle accuse mosse a Moggi e Giraudo, poiché non solo il campionato 2004/2005 non è mai stato alterato, ma i sorteggi non erano taroccati, le ammonizioni non erano mirate, le partite non erano condizionate e gli arbitri sono stati quasi tutti assolti. A Pistocchi ricordiamo anche gli esiti dei processi per doping subiti dalla Juventus. Per la Triade i fatti non sussistevano relativamente al processo per doping amministrativo, tanto che è stata assolta con formula piena. Per le accuse di doping che riguardavano sostanze stupefacenti, essa cadde e fu ridotta ad abuso di farmaci leciti, prescritto per la pervicacia di Guariniello in terzo grado.
La Juventus non ha mai drogato i suoi calciatori, né i campionati, non ha mai truccato le partite, né pagato gli arbitri per farlo. Non ha mai fatto spiare e pedinare le squadre concorrenti alla vittoria, preferendo batterle sul campo. Nell’aprile 2010, dopo la sentenza al processo GEA che assolveva Moggi dall’accusa di associazione a delinquere Piero Sandulli, il presidente della Corte Federale che si occupò dei processi sportivi del 2006 dichiarò a Tuttosport:
“Punim¬mo la violazione di norme interne, nel 2006. In fondo anche noi, nella nostra sentenza evidenziammo soprattutto cattive abitudi¬ni, mica illeciti classici. Si doveva far capire che quello che c’era nelle intercettazioni non si fa. E’ stata una condanna etica”. E’ in nome dell’etica che è necessaria la restituzione degli scudetti 2004/2005 e 2005/2006 vinti dalla Juventus sul campo. E che chiediamo al Presidente Agnelli, alle istituzioni sportive, ai giornalisti italiani che hanno a cuore il codice etico di non smettere di adoperarsi perché si ricomponga la storia, l’epopea e il dramma non solo della Juventus, ma di tutto il calcio italiano.
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