“Troppo spesso la storia che si racconta non è mai l'avvenimento in sé, ma l'interpretazione che ci viene fornita da chi racconta quell'avvenimento” (Prima Parte: Una ricostruzione storica veritiera) Chi scrive segue la Juventus da oltre 30 anni, un arco di storia che ha passato in rassegna alcune delle pagine più belle della storia del calcio bianconero (scudetti, coppe internazionali e nostrane, finali europee, palloni d'oro, etc) e nazionale (2 coppe del mondo e altre finali mondiali e continentali), un arco di storia costellato da tanti ricordi unici, con la Juventus sempre alla ribalta e ai vertici del seguito passionale di quegli eventi, nel bene dell'aspetto sportivo e giocato, ma anche
nel male di quello troppo spesso giornalisticamente distorto, infangato e raccontato.
Sembrerebbe all'apparenza una contraddizione, se non si affronta una atavica caratteristica mai debellata del contorto e distorto spirito umano, che troppo spesso rende vittime cieche delle pulsioni dell'invidia,
dell'odio e della rabbia, anche immotivata e “a prescindere” contro chi ottiene (meritatamente) successi e trionfi. E così si è assistito, a partire da quei primi anni 80, al proliferare di quel famoso sentimento popolare denominato anti-tifo o odio sportivo, al suo diffondersi e radicarsi grazie all'operato oculato e premeditato di sacche sempre più estese della corrotta e distorta informazione nazionale.
Ma per capire bene quel fenomeno bisogna ricostruire e inquadrare storicamente quella evoluzione, l'esatto corollario dei reali avvenimenti accaduti. E' basilare per capire bene, soprattutto per coloro che non hanno vissuto o conosciuto quella storia, altrimenti si agganciano pezzi storici di menzogne, assunti a credo popolare dalla stessa dis-informazione oggi raccontata.
Andiamo appunto con ordine, dopo i successi di quei primi anni 80, la società Juventus patì un periodo di stallo (1987-1994) anche a causa dell'avvento di una superpotenza economica e calcistica che stravolse gli equilibri economici sin lì presenti:
Il Milan, fin lì ultra indebitato, venne infatti rilevato da un noto magnate e imprenditore milanese al vertice del settore televisivo (e poi politico) nazionale, che irruppe nello scenario calcistico alzando (di molto) l'asticella nella voce costi e gestione società di calcio, obbligando la concorrenza a scegliere tra una pari esposizione economica (che quasi nessuno poteva però permettersi) o ad un ruolo finanziario di subalternità.
Non solo,
nell'informazione nazionale il gruppo televisivo di riferimento Mediaset (all'epoca Finninvest) assunse progressivamente un ruolo sempre più primario e rilevante, assorbendo logicamente anche la parte sportiva mediatica, che aveva già in quegli anni un ruolo e un peso determinante nel seguito calcistico. Va ricordato infatti che fino ai primi anni 2000 internet e il web praticamente non esistevano, nè tantomeno le piattaforme satellitari e digitali, e le uniche fonti di informazione erano le radio-televisioni e la carta stampata.
Fu un periodo in chiaroscuro per la Juventus (quella bonipertiana non seppe rinnovarsi adeguatamente e quella della parentesi montezemoliana fù il più grande disastro degli ultimi decenni, pari solo alle gestioni post calciopolare 2006-2010).
La Juventus dovette così aspettare il 1994, con l'avvento di un nuovo gruppo dirigenziale per tornare ai massimi vertici del calcio nazionale … e fu ritorno in grande stile, scudetti, coppe nazionali, e il ritorno della Champions League (ex coppa campioni) e della coppa intercontinentale, insomma in pochi anni si tornò sul tetto del mondo e si raggiunse di nuovo la gloria, gloria sportiva che si mantenne sino a quando quel gruppo dirigente riuscì ad operare.
L'aspetto organizzativo e societario di quella Juventus era qualcosa di decisivo e fu considerato anche all'estero e a posteriori come uno dei più grandi di sempre nella storia del calcio e dello sport. Quello che molti ancora oggi tendono a sottovalutare è proprio il fatto che contrariamente ai suoi competitor nazionali (ma anche a molte superpotenze europee) quella società ultravincente aveva bilanci in attivo,
qualcosa di inimmaginabile (e forse intollerabile) per molti concorrenti nazionali. Non è infatti da dimenticare che in quegli anni, oltre alla superpotenza calcistica economica “Milan”, si era aggiunto Massimo Moratti (alle cui spalle risiedeva e risiede una delle più grandi potenze finanziarie e industriali di sempre) che aveva rilevato l'Inter e portato a costi di gestione fantascientifici nella voce costi e ingaggi: l'elenco delle centinaia di giocatori (e bidoni) acquistati e strapagati ve lo risparmio, perchè occuperebbe più di mezzo articolo. Non solo quell'Inter durante l'era pre-calciopoli non vinse mai il campionato, ma in 12 anni (tra il 1995 e il 2006) arrivò seconda solo in 2 occasioni, il resto erano piazzamenti tra il terzo e ottavo posto.
Completavano il quadro delle cosiddette grandi le 2 romane, con la Lazio di Cragnotti (poi travolto dal crac finanziario Cirio) e la Roma di Sensi (il cui indebitamento economico ormai insostenibile costrinse poi la figlia a cedere definitivamente la società ad un noto gruppo creditizio che tuttora la detiene), e fino al 1997 il Parma di Callisto Tanzi (anch'esso poi travolto dal crac finanziario Parmalat).
Quella Juventus era davvero un'eccezione, un fenomeno unico, rivaleggiava (e molto spesso prevaleva) coi bilanci in ordine contro superpotenze che generavano anno dopo anno fiumi di indebitamento ed esposizioni finanziarie terrificanti. Ma alla morte delle figure della famiglia di riferimento di Gianni prima (2003) e Umberto poi (2004), qualcosa in quella Juventus mutò, quei dirigenti rimasero soli, chi dall'esterno bramava vendetta sommaria e la fine di quella intollerabile egemonia sportiva, trovò il momento adatto per colpire, la situazione all'interno della proprietà di riferimento fornì i presupposti ideali per pianificare e mettere in atto la nota vicenda passata alla storia col nome mediatico di calciopoli (ma per chi conosce la verità, farsopoli).
Anni di oculata costruzione e pianificazione sportiva e imprenditoriale andarono distrutti, all'interno di quella proprietà (da parte di chi la ereditò)
si prese la decisione di non difendere quella bandiera, quella storia, quei trionfi strameritati, di distruggere tutto, di disfarsi di quello scomodo gruppo dirigente per poi ricostruire, si scelse il simbolo dello “smile”, del sorriso, per vivere la pagina più nera della storia di quella società, di quei colori e di quella leggenda sportiva, l'onta della serie B con penalizzazione, i meno 2 scudi, lo smembramento del parco giocatori che aveva appena portato quasi l'intera squadra nella finale (vinta dall'Italia) della coppa del mondo di calcio 2006 ... ai tanti appassionati non fu data spiegazione, ci si trincerò dietro la supposta evidenza di un'accusa che non aveva riscontri, di una assurda inchiesta a senso unico che aveva partorito unicamente brandelli di intercettazioni telefoniche date in pasto a media compiacenti, che non avevano nessun risvolto probatorio, nessuna prova di illecito sportivo teso ad alterare il risultato del campo, nulla di nulla all'infuori di una spaventosa e martellante campagna mediatica cavalcata sull'onda di un sentimento popolare manipolato e pilotato a dovere.
Il periodo recente (dall'autunno 2006 ad oggi) è storia recente.
Questa è la storia che ancora oggi pochi conoscono o non vogliono ricordare.
Nella seconda parte entreremo nel merito del peso specifico che ha avuto e che continua ad avere l'informazione in quelle vicende sportive e finto-giudiziarie. Di Lothar Commenta l'articolo sul nostro forum!