“Conoscete lo spirito del codice etico, c’è una valutazione che il c.t. fa in merito a situazioni che possono essere delle più varie. E le decisioni conseguenti hanno l’unico obiettivo di preservare una dimensione di rispetto comportamentale su regole comunque non scritte”. Se c’è qualcosa che Abete non ci fa mai mancare è la dose quotidiana
di ipocrisia, come in questo caso, a commento della decisione del ct azzurro Prandelli di estromettere Osvaldo dalla convocazione per la Confederetion Cup.
Le sue parole non si sono fermate alla
“dimensione comportamentale” condivisa con Prandelli, ma si sono estese al commento sulla finale di Coppa Italia, toccando il tema della sicurezza:
“Senza dubbio bisogna fare molto di più perché non si può andare allo stadio con la paura, non si può andare allo stadio con uno spirito che non sia sereno''. Ma cosa è stato è stato fatto per garantire la sicurezza a chi va allo stadio, alle squadre, ai tesserati? Siamo solo noi tifosi a ricordare le aggressioni subite dalla Juventus durante alcune trasferte, prima fra tutte quella di Napoli, con la squadra reclusa in albergo, scortata da camionette di polizia in assetto da guerra e assalita da pazzi che hanno tirato contro il pullman di tutto mettendo a rischio anche l’incolumità dei giocatori. Oppure vogliamo ricordare l’accoglienza ricevuta a Bologna?
A parte
il silenzio e l’impunita verso chi si è macchiato di tali deprecabili gesti, cosa è stato fatto per evitare il ripetersi di queste assurde situazioni?
Vogliamo anche parlare di come si sta affrontando il problema del
“razzismo”? Con multe a caso buone suolo a rimpinguare le casse della Federazione e attenzioni rivolte solo verso due giocatori di colore, ignorando contestualmente tanti altri episodi, documentati, di vera e propria discriminazione?
Vogliamo ricordare di recente il sorriso sfoggiato dal presidente del Coni mentre applaude l’ironia dei tifosi romanisti e laziali dimenticando l’arsenale rinvenuto nei pressi dello stadio appena prima della finale di Coppa Italia, le accuse di razzismo antisemita che hanno portato la Uefa a intervenire disponendo gare a porte chiuse per i laziali, gli accoltellati del derby e altre imprese titaniche che hanno accompagnato le squadre capitoline nell’ultimo campionato?
Ma come si fa a risolvere problemi così gravi quando, per una sorta di campanilismo, si fa fatica anche ad ammetterne l’esistenza? Come si fa a combattere realmente il razzismo quando si concentrano le attenzioni solo verso le offese rivolte al personaggio mediatico del momento? Come si prevengono episodi di violenza quando gli stessi rappresentanti delle istituzioni li definiscono “folklore”? E soprattutto, come possiamo parlare di
“dimensione etica”, quando la realtà del nostro calcio ci mostra tutt’altro?
Pubblicato da Professione Calcio: ANNO 5 - N° 22 - 06 giugno 2013

Commenta l'articolo sul nostro forum!