Deloitte fotografa il calcio mondiale: il fatturato della Premier League, 2,9 miliardi di euro nel 2011-12,
è cresciuto del 16%; quello della Bundesliga, 1,9 miliardi, del 7%; quello della Liga, 1,8 miliardi, del 3%; quello della Ligue, 1,1 miliardi, del 9%. E quello dell’Italia? +1%, a 1,6 miliardi.
La peggiore realtà, quella con meno prospettive è proprio quella italiana. Scopriamo infatti che la Premier ha firmato importanti contratti televisivi tali da garantire a partire dal 2013/2014, un gettito di 2,2 miliardi di euro a stagione, con un incremento del 55% rispetto al ciclo precedente; l’incremento della Bundesliga sarà del 50% grazie alla vendita dei diritti televisivi. Mentre Bundesliga e Premier generano profitti, rispettivamente 190 e 121 milioni, la Serie A registra una perdita di 160 milioni ( il peggior risultato operativo).
Il calcio italiano, da sempre troppo dipendente dalle tv, vede una costante perdita degli incassi da botteghino a causa delle strutture non adeguate. Unica eccezione è la Juventus con il suo Juventus Stadium. La stessa indagine evidenzia, infatti, come i club inglesi abbiano investito 3,3 miliardi di sterline in infrastrutture, creando 29 nuovi stadi (gli investimenti in impiantistica sono aumentati del 13%). In Italia siamo fermi ai progetti faraonici esistenti solo nella mente di presidenti squattrinati che sventolano ipotesi legate al nuovo stadio in fase di campagna abbonamento, per poi nascondere l’idea
in attesa di una legge che convogli qualche soldo pubblico, per dare reale avvio ai progetti. L’altra ipotesi è di reperire capitali da qualche magnate estero per salvare società sull’orlo della bancarotta. Situazione che di recente sta interessando l’Inter di Moratti che però, dopo un’iniziale fase spumeggiante in cui è trapelato un accordo anche per un nuovo stadio, sembra attraversare una fase di stallo, tanto che lo stesso patron non parla più di una nuova struttura ma di un’eventuale ristrutturazione di San Siro.
Uno stato comatoso che non ha certamente svelato Deloitte ma che è sotto gli occhi di tutti. Il bello è che
negli anni, pur assistendo a un graduale ridimensionamento, non è stato fatto niente per cambiare l’evolversi in negativo del nostro sport nazionale. Nessuna azione concreta è stata messa in atto dalle varie istituzioni sportive, sempre più preoccupate a mantenere i privilegi di quella che oramai è una vera e propria casta che a porre in atto azioni tali da poter rappresentare una svolta.
Siamo in attesa perenne di una legge atta a dare legalità a delle vere e proprie speculazioni edilizie e forse è per questa ragione che non è stata ancora approvata. L’attesa riguarda anche la riforma della giustizia sportiva, a oggi ferma alle parole di circostanza del presidente Abete, mai capace di dare seguito concreto alle promesse verbali. D’altra parte,
da cosa dovrebbero essere invogliati investitori esteri? Dall’incertezza del governo dello sport ad attuare quelle riforme basilari e sulla divisione relativa alla spartizione dei proventi delle tv?
Il calcio sembra essere un affare per pochi ed i tifosi si disaffezionano nell’immobilismo generale. Senza dimenticare
l’indebolimento seguito agli scandali che ogni giorno occupano pagine e pagine di cronaca sportiva, gestiti come un “grande fratello” del malaffare. Pentiti e truffatori che salgono agli onori della cronaca con interviste strappalacrime e vittime di una giustizia sportiva inadeguata, costretti a difendersi da una gestione arcaica che non garantisce diritti basilari agli imputati, che vedono tramontare una promettente carriera senza nessuna prova della loro colpevolezza.
Qualcosa deve cambiare, ma non quando sarà troppo tardi.
Pubblicato da Professione Calcio: ANNO 5 - N° 23 - 13 giugno 2013

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