Apprendiamo, leggendo un trafiletto di qualche giorno fa sulla Gazzetta dello Sport, che gli avvocati di
Carlo Gervasoni e Filippo Carobbio hanno trovato un accordo con la Procura di Cremona per il patteggiamento dei reati contestati ai loro assistiti (associazione per delinquere finalizzato alla frode sportiva) con una pena che si aggirerà intorno ai 22 mesi. Il patteggiamento sarà vagliato dal giudice per l’udienza preliminare di Cremona il 26.06.2013.
Notizia non avvolta dal clamore che invece suscitarono le loro accuse, anche perché gli effetti delle loro confessioni sono andati scemando con l’uscita di scena degli imputati eccellenti, primo fra tutti Antonio Conte.
I due pentiti, credibili a giorni alterni dal procuratore Palazzi,
raccolgono i frutti della loro collaborazione patteggiando una pena che in alcuni casi è inferiore a quella comminata agli accusati.
Abbiamo seguito dalla scorsa estate l’evolversi del calcioscommesse rimanendo in attesa di conoscere l’esito delle indagini ancora in corso che coinvolgono, tra gli altri, Stefano Mauri. Abbiamo avuto modo di costatare come per la giustizia sportiva siano sufficienti le parole, a volte senza riscontro, di un pentito per procedere con richieste di pena abnormi in buona parte annullate dal TNAS.
A questo punto è d’obbligo fare una riflessione: Può considerarsi una pena congrua 22 mesi per dei reo-confessi che hanno speculato sulla passione di milioni di tifosi e che hanno, attraverso le loro confessioni, posto fine alla carriera di colleghi condannati senza prove della loro colpevolezza? E’ uno stimolo garantire un premio per chi collabora in questo modo o un altro rischio di mercificazione della verità? E soprattutto, chi non ha avuto remore a vendersi e lucrare sulla passione, può essere veramente così credibile tanto da trasformare delle “confessioni”, magari invocate da quel “comune sentire popolare” ancora così potente come arma di condizionamento, in sentenze?
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