Moratti comprò l'Inter il 25 febbraio 1995. In questi diciotto anni ce lo hanno presentato in tutte le possibili salse al miele, tutto per dirci quanto era bravo, quanto era appassionato e, dopo calciopoli, quanto era osteggiato e perché non vinceva prima. Qualcuno osava ricordare i Vampeta, Gamarra, Pancev, Gresko (il suo nome è leggenda), e simili per cercare di ridisegnarne i fedeli contorni delle capacità e delle competenze di questo imprenditore che, tanto per dirne una,
non ha mai dato nulla al sistema pallone-Italia. Venne poi il 2006 e finalmente anche lui poté vincere (???). Da quel momento gli si aprivano gli orizzonti che meritava, poteva finalmente riscuotere i successi per i quali aveva speso centinaia di milioni di euro. In campo e fuori ha goduto di un quinquennio di impunità, sfociate nella prescrizione sportiva e in un pauroso buco di bilancio. I media italiani hanno già cominciato a tratteggiare dell'ormai ex proprietario dell'Inter il profilo da libro Cuore,
«il numero uno dell'Inter si è rinchiuso nel silenzio pregando di non fare domande sulla questione. Chi lo ha visto lo ha descritto come un uomo distrutto dal dolore. Una sofferenza data dalla forzata cessione (causa debiti)...» (
La Repubblica ).
Si impongono allora un paio di piccole considerazioni. Cotanto esempio di imprenditorialità sportiva
non ha vinto se non quando è riuscito ad alterare la reale e leale concorrenza . Proprio dal quinquennio della vergogna sarebbe dovuto uscire con una situazione patrimoniale e sportiva da far invidia, invece
oggi da prescritto si ritrova a dover cedere la società per i debiti accumulati e perché in famiglia gli hanno vietato di mettere altri soldi. E mentre il paese andava a rotoli nel ranking UEFA, si celebrava l'incapacità fatta persona. Aveva ragione Abete, "povera Italia!".
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