Anche quest’anno ci siamo. Dite la verità. Non vedevate l’ora di assistere all’uscita del calendario del campionato di serie A per godervi il “De Laurentiis Show”. Dopo i piagnistei sulle note della celebre aria “Napule e core”, con la quale invocava tutti i sudisti a tifare i partenopei in quanto vessillo del meridione -nonostante come direbbe Travaglio, non c’è bisogno di fare sondaggi per sapere che la più tifata del sud è sempre la Juve-, le fughe sul motorino per inveire contro gli incontri ravvicinati del terzo tipo tra scudetto e CL, le spiate agli allenamenti bianconeri da dentro i capannoni, le mancate uscite dagli spogliatoi per ritirare i secondi premi, ecco la maglia mimetica (
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Ovvero l’assetto di guerra. La guerra di Aurelio. Look lodato dalla Gazzetta rosa, che la dice cara a un maestro di stile dello stampo di Lapo Elkann e portatrice di grinta e carattere per chi la indossa in campo.
Sono cresciuta a pane e western. Da bambina costruivo fortini invece che case di bambole. Maneggiavo colt giocattolo e sciabole e mi facevo chiamare John piuttosto che Barbie, in virtù di un fratello maschio da tenere a bada, al quale invidiavo i completini della Juve puntualmente rinnovati ogni anno.
Credo nella responsabilità delle persone e nelle potenzialità del loro bagaglio culturale per difendersi dagli arringatori di piazza. Però vedere lo sport come fosse una guerra non solo rappresenta gli antipodi di tutti i criteri per i quali è stato inventato, ma è neppure tanto sottilmente caricaturale. Se non è necessario scomodare De Coubertin o imprimere un refresh alla memoria rinverdendo i fasti ellenici che prevedevano uno stop alle attività belliche in concomitanza dei Giochi Olimpici, con un senso della civiltà e della bellezza che aveva impresso un marchio di fabbrica alla nostra storia di occidentali, la guerra di De Laurentiis rappresenta la caricatura della caricatura che con notevole intelligenza Fantozzi aveva elaborato sugli schermi negli anni ’70 . Detto che uno che fa cinema per professione la storia del cinema dovrebbe conoscerla, aggiungerei che De Laurentiis non sta facendo un lavoro cattivo a Napoli. Sportivamente sta costruendo qualcosa di cui i napoletani potrebbero anche andar fieri. Dovrebbe solo prenderne atto. Uscire dal personaggio, vizio italico ancor prima che degenerazione dell’eroe e ridiventare persona.
Un buon condottiero, per mantenerci nel solco delle sue metafore,
deve conoscere i suoi polli prima di aizzarli al combattimento come galli inferociti. Nel recente passato hanno dato prove che fanno dubitare delle belle parole spese solo qualche giorno fa dal nostalgico Maradona sulla sana sportività napoletana (
Link). Piaccia o non piaccia, nel corso dell’ultimo campionato, gli ultras del Napoli hanno prima “scassato” nel girone di andata i bagni dello Juventus Stadium (
Link ) e poi accolto a sassate l’autobus della squadra bianconera in casa (
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Un condottiero che voglia ispirarsi alla grecità classica, vestire di stile, coraggio, spirito di sacrificio le sue imprese, deve prima di tutto “conoscere se stesso”,
come ammoniva Socrate, non fare sempre tragedie, ma nemmeno stare sempre sulla scena di commedie di cattivo gusto. Qualche mese fa a Napoli si lagnarono non poco delle dichiarazioni di Marchisio, che aveva affermato in un’intervista (
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Non sappiamo se arriverà ad Aurelio un seppur bonario richiamo ufficiale dalla Federazione ad abbassare i toni, ma almeno dall’illustre Travaglio attendiamo un sermone.
Non si è ancora spento l’eco delle sue parole contro il neonato “moggismo” intravisto nelle rivendicazioni bianconere dei propri scudetti (LInk) venissero ”combattute” come sempre a senso unico, trascurando il “morattismo”, il “gallianismo”, il “de_laurentismo”, il “lotitismo”, il “preziosismo”, lo “zamparinismo”, il “pulvirentismo” e tutto il seguito di un caravanserraglio che ci piacerebbe davvero tornare a chiamare “Campionato di serie A”. Nel nome dello Sport.
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