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          GLI ARTICOLI DI GLMDJ
Attualità di E. LOFFREDO del 05/08/2013 08:17:54
Di Martino e la buona giustizia

 

La sentenza che la commissione disciplinare della FIGC ha emesso a (dis)carico di Stefano Mauri ha fatto storcere il naso a molti, la censura più pesante è arrivata dal pm Roberto Di Martino, che a Cremona sta conducendo le indagini sul calcioscommesse. In una intervista a La Repubblica il pm cremonese trancia giudizi molto poco lusinghieri sulla giustizia sportiva. Su alcuni di questi si può agevolmente convenire, su altri invece non si può concordare. In entrambi i casi ci sembra di cogliere un vulnus nelle considerazioni del pm: l'infallibilità dell'azione inquirente.

La più netta presa di distanza il magistrato di Cremona la marca laddove afferma che «La disciplinare è un problema interno al mondo del calcio, non mio. Io guardo solo a quello che decidono i giudici veri, quelli ordinari, che finora mi hanno dato ragione». Detto della apparente presunzione di infallibilità, è lapalissiano che anche all'interno della magistratura ordinaria i "giudici" sportivi non godono di grande credito. E per come hanno giudicato negli ultimi anni è difficile non esser d'accordo, quel "guardo solo ai giudici veri" è uno schiaffo ben assestato da Di Martino ai “non colleghi” sportivi.

Proseguendo nella lettura dell'intervista abbiamo trovato conferma a una delle obiezioni che i tifosi da tastiera muovo al sistema giustizialista sportivo: «giustizia sportiva e giustizia ordinaria convivono a fatica. Che senso ha che la giustizia sportiva si esprima prima di quella ordinaria? E se domani Mauri venisse condannato dalla giustizia ordinaria, che facciamo? Che senso ha? È intelligente?». I nostri lettori più assidui esclameranno: "bella scoperta!". In effetti già quando si era capito che la disciplinare avrebbe accarezzato Mauri e si parlava di possibile revisione nel caso da Cremona arrivassero elementi nuovi, ci eravamo interrogati sul senso di questo modus operandi della giustizia sportiva. Ha ragione Di Martino, non ha un senso e non è intelligente, ma l'ancora di un giudizio sportivo dovrebbe essere rappresentata dalla verità processualmente accertata e fermata dal passaggio in giudicato di una sentenza che statuisca una verità processuale (che si spera conforme alla realtà dei fatti). Se quindi è vero, e concordiamo con il pm, che le corti federali devono aspettare il completamento del lavoro della giustizia ordinaria, è altrettanto vero che quel lavoro di riferimento non può essere rappresentato dalla chiusura delle indagini dei pm. Questa è attività che non assurge a verità processuale, deve infatti superare il vaglio di un dibattimento davanti a un magistrato giudicante.

A Di Martino, ad ulteriore conferma della distanza che vuole segnare con i giudici della federcalcio, non è sfuggita la consueta anticipazione delle decisioni sui quotidiani: «Se pensano di risolvere il problema con sentenze del genere, anticipate tre giorni prima su tutti i giornali... facciano pure. Non è mio compito censurarli. Io mi occupo di altro». Non servono ulteriori commenti, è evidente anche al pm che ci sono zone di contiguità tra certa stampa e i giudici federali.

A leggere bene, almeno per chi scrive, Di Martino la stoccata più pesante la lancia quando afferma che «Non capisco l'evoluzione di questi giudizi. I primi processi venivano fatti in maniera molto semplice, prendevano le nostre carte, ascoltavano gli interessati e decidevano. Giusto o sbagliato che fosse. Gli ultimi invece si sono trasformati in processi che sono andati oltre le indagini penali. Nel caso di Mauri sono state sentite un sacco di persone. In questo caso hanno interrogato anche Zamperini e Aureli, gente che difendendo Mauri difendeva se stessa. Zamperini, con il quale io non sono riuscito a parlare, ha raccontato che Ilievski resta fuori da Formello mentre lui prende i biglietti... Perché non viene da me a raccontarla questa storiella? Ilievski non va certo a Roma o a Lecce per turismo. Fa parte di una organizzazione internazionale che ha come scopo corrompere i giocatori». Senza finte malizie, chi scrive traduce: "Mauri lo avete voluto salvare per forza, tanto che vi siete messi a fare il lavoro dei pm e siete riusciti a ottenere dichiarazioni autoassolutorie persino da chi è irraggiungibile per me..." . Infatti in un passaggio precedente dell'intervista, in merito alla posizione di Mauri, aveva dichiarato «L'unica cosa che non capisco è come certi comportamenti si possano trasformare da illeciti a omesse denunce».Prima o poi cercheremo di capirlo anche noi.

Alla obiezione dell'intervistatore che ha fatto notare che la stessa cosa (derubricazione a omessa denuncia) era accaduta anche nel caso di Antonio Conte il pm risponde: «In un certo senso sì. Però nel caso di Conte la situazione era più articolata dal punto di vista giuridico, e qualche spazio c'era. Il caso Mauri, invece era molto più lineare». Ora noi se rispondessimo secondo il nostro pensiero saremmo facile bersaglio di chi ribatterebbe che siamo di parte e schierati con l'allenatore juventino, e allora per darvi conto della bontà del nostra replica attingiamo alle stesso ragionamento di Di Martino circa le testimonianze di Zamperini e Ilievski rese alla giustizia sportiva («gente che difendendo Mauri difendeva se stessa»). Carobbio accusando Conte difendeva sé stesso. Perché in quel caso non potendo negare i fatti hanno cercato di dividere la colpa con altri (“è vero c'è un solco nel vasetto di marmellata, ma Conte non mi ha tolto il cucchiaino di mano...” e Conte neanche era presente).

Di Martino chiude separando la sua strada da quella della giustizia sportiva («faccia il suo corso»), rimanendo legittimamente convinto del suo operato (che ha trovato riscontro nell'ordinanza del giudice Salvini) e augurandosi che «Alla fine della partita ognuno si assumerà le proprie responsabilità». Pia illusione per chi evidentemente non conosce il senso di responsabilità degli organi federali.

Quello che sostanzialmente emerge dall'intervista del pm cremonese è un problema di buona giustizia in generale. Se da appassionati di sport si può chiedere che chi deferisce e chi giudica lo faccia partendo da quel dato certo che abbiamo indicato nella certezza di fatti acclarati da una sentenza definitiva, è altrettanto vero che la giustizia ordinaria non deve farsi aspettare per troppo tempo. Il riferimento è sì a calciopoli -ancora al secondo grado di giudizio dopo sette anni-, ma allo stesso calcioscommesse, che ha visto scontornare nel corso dei mesi l'attendibilità di certi pentiti. Con buona pace della dovuta uguaglianza degli imputati, sia all'interno dei procedimenti sportivi che tra processi ordinari e sportivi. Se e quando si deciderà di riformare la giustizia ordinaria, a margine si cerchi di dedicare cinque minuti anche al rapporto di questa con la giustizia sportiva, è un piccolo interesse collettivo che forse lo merita.


Roberto Di Martino "Non so se vale la pena collaborare con il calcio" (intervista a Repubblica)

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