La vicenda Mauri ha finito per far emergere altro
marcio. Il PM Di Martino, quello del blitz a Coverciano all’alba accompagnato dalle telecamere, finisce per scoprire solo ora i
limiti della giustizia sportiva. Ce ne siamo accorti noi, semplici tifosi, e non se n’è accorto Di Martino tanto da fare affidamento sul processo sportivo per rafforzare la sua inchiesta?
La realtà è che la giustizia sportiva si è mostrata malleabile, come nel concedere agli imputati la possibilità di cambiare versione e usufruire comunque degli sconti di pena riservati ai collaboratori. In alcuni casi, imputati come Zamperini, sono stati
sentiti solo dalla giustizia sportiva. Di Martino ha denunciato la strana situazione:
“Zamperini, con il quale io non sono riuscito a parlare ha raccontato che Ilievski resta fuori da Formello mentre lui prende i biglietti... Perché non viene da me a raccontarla questa storiella?” Forse perché la giustizia sportiva è più propensa a credere a quello che è funzionale a raggiungere il risultato agognato che non sempre è sinonimo di giustizia?
Questa storia ha dell’incredibile. Proprio oggi la Gazzetta dello Sport riporta le parole dei legali di Zamperini:
«Rinunciamo al ricorso» affermano.
«Se anche un pm autorevole con Roberto di Martino non crede più alla giustizia sportiva, non vi è motivo affinché il nostro assistito prosegua nella sua battaglia». Lo stesso Pm che lamenta di non aver avuto modo di interrogare Zamperini, finisce per essere così credibile tanto che le sue parole sono usate per giustificare la rinuncia all’appello contro la decisione della disciplinare che lo ha condannato a 2 anni per i fatti di Lazio Genoa e Lecce Lazio. Non è strano?
Una conferma che di “sistema” stiamo parlando arriva indirettamente anche dalle parole di Abete, che improvvisamente si sveglia dal letargo, prima bacchettando Di Martino dalle pagine della Gazzetta:
«Il pm deve rispettare la giustizia sportiva», poi rincarando la dose, questa volta al Corriere della Sera:
“Spero che Di Martino e la nostra Procura continuino a collaborare”. “Chi pensa che la giustizia sportiva deve attendere il giudizio penale vive fuori dal mondo. Attendere che cosa? Purtroppo nella cultura italiana un rinvio a giudizio equivale alla colpevolezza. Io questo non lo accetto come cittadino“. Abete ha fatto di più:
l’ha accettato come presidente della Figc. Se questo era un tentativo di gettare sabbia negli occhi non ci è riuscito. Abete dovrebbe sapere che il suo “lavoro” dal 2006 ad oggi non è certamente passato inosservato e che il garantismo a giorni alterni ha finito per essere un palliativo alquanto stucchevole.
Come possiamo avere certezze da questa situazione? Quello che continuiamo a chiederci retoricamente
è come si possa accettare di stravolgere la realtà in modo così evidente senza che nessuno osi denunciarlo. E’ troppo importante salvaguardare l’autonomia della giustizia sportiva, perché per arrivare a salvare capre e cavoli come successo con scommessopoli, non c’era altro modo che affidarsi ai bislacchi tribunali sportivi. Troppo evidente anche questo per pretendere di farlo passare inosservato..
Anche le immediate conseguenze della mala giustizia, troppo spesso complice di quelle informazioni che indirizzano i media anticipando documenti e sentenze, sono note. Lo stesso Abete ha dichiarato:
“Certo riconosco che oggi per un calciatore o per i suoi avvocati, dal punto di vista anche dell’esposizione mediatica, può contare di più una squalifica sportiva che un patteggiamento in sede penale”. Ancor più grave, anche alla luce di questa consapevolezza, che sia permesso con tanta leggerezza. A volte anche “auspicato” per saziare il comune sentire popolare..
Non servono alibi per proteggere questo sport, servono certezze.
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