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          GLI ARTICOLI DI GLMDJ
Attualità di G. FIORITO del 12/08/2013 09:10:58
#diteaAlexchel’amo_Ma pure agli altri

 

Io c’ero. Era il mio compleanno. Uno dei giorni più belli della mia vita. Perciò non ho pianto. Come invece ha fatto tutto lo stadio, mentre Alessandro Del Piero fermava il tempo e la partita che, avendo la Juventus vinto lo scudetto con anticipo sull’ultima di campionato, si arricchiva di significati perché era l’ultima giocata dal Capitano con la maglia bianconera.
Io ero felice. C’era Alex che con le mani alzate compiva il suo ultimo giro di campo juventino in un tripudio di colori e suoni, sollevando il trofeo della Terza Stella con tutta l’emozione che poteva significare a sei anni da calciopoli. Soprattutto per me, che dentro il catino del novello Juventus Stadium per e a causa di calciopoli ero arrivata, insieme a tanti amici che con me avevano sviscerato sui forum le ragioni e le follie di quello scandalo e difeso strenuamente la Signora con lo scopo dichiarato di riportare a casa il 28 e il 29. Essi mi avevano voluto a Torino e insieme a loro mi ritrovavo a festeggiare lo scudetto ritrovato e a dare un senso a tutta quella storia incredibile e alla nostra Amicizia nata sulle tastiere dei computer più e meglio di quanto non ci fosse accaduto un tempo sui banchi di scuola.

Ma tutto lo stadio piangeva e applaudiva Alex. Grandi e piccini. Uomini e donne. Juventini e calciatori di entrambe le squadre in campo. Perché Alessandro Del Piero è un mito che è diventato tale in grazia della sua permanenza con la maglia bianconera per 19 anni nei quali è rimasto il cavaliere che non voleva saperne di abbandonare la Gran Dama.

Alex ha significato molto nel ventennio nel quale in casa bianconera è successo davvero di tutto. Compreso il riflesso e il supporto della gente del web, che riversa nel gran calderone del luogo virtuale tutto il meglio e tutto il peggio della sua passione ferita e indomita. Oltre i suoi record, oltre le sue punizioni, oltre la lettera con la quale sulla soglia della serie B ci ha invitato a rimanere uniti chiamandoci tutti sulla bandiera della Juve, Alex rimarrà per sempre con noi. Anche se il suo l’ultimo libro non l’ho più comprato, perché con tanta brava (di penna) gente juventina lo ha scritto giusto con Crosetti.

Uno dei più famosi titoli a effetto dei giornaletti sportivi degli ultimi anni ha definito Del Piero “FenomenAlex”, per una volta in modo azzeccato quanto appropriato. Alex è stato il fenomeno che ha spodestato Roberto Baggio, una delle pietre miliari della storia del calcio italiana. Il bravo ragazzo con scritta a lettere cubitali la parola “Juve” nel suo destino. Un investimento sul quale i dirigenti, come usava allora farsi in casa bianconera, hanno puntato con coraggio, non come adesso che vanno appoggiandosi sull’usato sicuro. Alex non ha tradito le attese, pur col suo fardello di un infortunio che ha segnato sia la sua parabola sportiva che molte dinamiche della successiva storia della Juventus. Fino a quel giorno in cui piangevano tutti. E io che lo avevo tanto amato, invece no. Perché il mio motto, nonostante calciopoli e l’omissione di soccorso di Zaccone e Cobolli Gigli lo abbiano per un momento messo in discussione, è: “Noi siamo la Juve, cioè quelli che torneranno a vincere”. Anche dopo Scirea, Zoff, Bettega, Cabrini, Tardelli, Davids, Camoranesi, Trapattoni, Lippi, Capello e tutti quelli ai quali dovete dirlo quanto li ho amati e amo.

FenomelAlex non smette di stupirci. In tempi di spending revue pare sia riuscito a riportare i turisti a Jesolo, dove si è evoluto in ambasciatore del calcio che fa scuola, almeno secondo Il Sole 24Ore e avrà in regalo la dedica speciale di un tratto di lungomare che prenderà il suo nome. Un’operazione mass-mediatica che poggia le sue basi su una straordinaria capacità di business e di fare appello al cuore culminata con un’amichevole tra il Padova, la prima squadra a credere nel suo talento e il Sidney, probabilmente l’ultima. Un’avventura che consentirà a Del Piero di coronare nel migliore dei modi il sogno di “giocare” fino a 40 anni, sfruttando al massimo le sue risorse professionali.

Legittimamente, come fece anche Bettega, per citare solo un esempio a me caro, quando terminò la sua carriera, purtroppo costellata da infortuni e incidenti anche fuori dal campo, andando a giocare nella North America Soccer League e precisamente nel Toronto Blizzard, dopo aver appeso gli scarpini bianconeri al chiodo nello spogliatoio della Juventus.

Un viale del tramonto dai toni dorati, come quelli che l’estate ci regala in questi giorni. L’ultimo tratto di un viaggio sopra il treno del successo, dal quale qualcuno vorrebbe scendere prima dell’ultima fermata e molti stentano a riconoscere la stazione di arrivo.
L’Apache ha confessato che avrebbe voluto smettere di giocare a soli 28 anni. Per un assenza di vigore e motivazioni (leggi richiesta di un grande club). Poi la a Juve lo ha rimesso in campo (speriamo) più tonico di prima, guarendolo dal male oscuro di manciniana memoria.
Un’operazione che auspichiamo possa rinnovare la parabola meravigliosa che ha assunto la biografia sportiva di Andrea Pirlo, scartato per raggiunti limiti di età da quello stesso Milan che pure qualche volta non ha disdegnato di puntare su talenti un po’ appassiti e letteralmente riesploso nella Juventus. Al punto di soffiare l’appellativo di “bandiera” a Del Piero.
Proprio mentre qualcuno comincia a domandarsi se non sia il caso di trovare il suo successore e già che si va a fare la spesa pensare anche al futuro immediato della porta bianconera. Colpevole Buffon, sulla graticola da quando Beckembauer si è preso il lusso di dargli del pensionato dopo la papera che ci è costata l’eliminazione dalla CL.

Mala tempora currunt anche fuori dalle nostre stanze bianconere. Totti è al bivio, ma senza l’argentina brillantezza di Del Piero e la sua capacità di gestirsi come personaggio. Si critica l’intoccabilità di titolare di Di Natale. Si ironizza su un Cassano esule e ramingo, che qualcuno vedrebbe persino disposto a indossare finalmente la divisa di soldatino pur di spremere qualche altro milione di euro alla carriera.
Sono tanti, anche oltre confine, i talenti maturi, qualcuno dato anche in arrivo a Vinovo con un colpevole posticipo di ben sei anni: Xabi Alonso, del quale Ranieri ebbe a dire che Poulsen era meglio.

Ferragosto incombe. Il calcio d’estate ha castigato tutte le italiane. Conte indugia nella preparazione sornione, consapevole che Andrea Agnelli gli abbia chiesto, già sollecitato da primaverili albori, di vincere ben altro che la Guinness Cup.
Sotto l’ombrellone, non vi ritrovate per caso anche voi un “parametro zero” per la testa? Ditelo adesso o tacete fino a Gennaio. Buone vacanze.

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