La
vexata quaestio (discussa questione) che ha accompagnato l’edizione 2013 della Supercoppa Italiana stravinta sul campo dalla Juventus sulla Lazio è stata risolta ponendo il cannocchiale da un punto di vista diverso dal giornalista del Fatto Quotidiano Malcom Pagani (
Link: Supercoppa e supercazzole ).
Nomen omen (il destino nel nome), un obbligo l’originalità, la trovata anticonformista e il vetriolo in punta di penna. Nemmeno stupida l’analisi e condivisibile non solo
l’incipit, che finalmente bacchetta con zelante assenza di pietà Mamma Rai per aver trasformato un evento sportivo in “Un incubo di una notte di mezza estate...”, poiché “Il comma numero uno del contratto collettivo del pallone estivo recita: ‘Drogare il contesto’”. Gustosamente lanciando strali avvelenati all’indirizzo di Giletti, Insegno e Dossena, capaci di far rimpiangere sul serio il duo Caressa/Bergomi.
Solo che di evento sportivo nel pezzo non se ne parla nemmeno. La Supercoppa viene associata a “un circo ininfluente” alla stregua di un trofeo Berlusconi, inventata per fare quattrini nel 1988 da Paolo Mantovani, il petroliere che si dedicò a far crescere la Sampdoria e pompata da Tuttosport, definito “quotidiano d’area”, ovviamente Juventina. Vinta come era nell’ordine delle cose dalla squadra più forte, nonostante i proclami e le chiacchiere e “gli effetti speciali” che quest’anno Claudio Lotito ha profuso con più energia di quella che di solito ci mette a dar lustro al mondo del calcio con le sue citazioni latine.
Vulgus vult decipi, ergo decipiatur (il volgo vuol essere ingannato, dunque sia ingannato), affermava il cardinale Carlo Caraffa, legato pontificio presso Enrico II, altrimenti non si spiegherebbe il successo di certi format televisivi, però ci piace l’accanimento di Pagani contro la Rai, un po’ meno quello intorno al “carnevale estivo”.
Sine ira et studio (senza ira o parzialità), come vuole Tacito, mi accingo a ringraziare Malcom anche per la stoccata “al colosso telefonico” che purtroppo non ebbe appaltata solo la Supercoppa “per medesime ragioni di cassa”, tuttavia la sua analisi sportiva non mi sembra sufficientemente corretta.
La tradizionale sfida tra la squadra campione d’Italia e la detentrice della Coppa Italia è intesa come la prima vera partita ufficiale della stagione e costituisce a questo punto della preparazione un buon banco di prova in vista dell’imminente ripresa del campionato e delle prime uscite europee. Quest’anno è stata senza dubbio partita vera, proprio grazie al presidente della Lazio, che nel suo darsi da fare con le unghie e con i denti per portarla apparentemente in campo neutro ha commesso un errore fondamentale, ignorando le riflessioni di Buffon (
Link: Buffon: "Quest'anno sarà più difficile vincere"), che temeva cali di “fame”.
Lotito ha anche dato il via a una serie di scorrettezze culminate con la squalifica della curva nord dell’Olimpico nella prima di campionato a seguito di certi cori razzisti che si inquadrano nella spiacevole condotta degli ultimi anni della tifoseria laziale almeno quanto nel sentimento di frustrazione scatenato dalla sonora sconfitta dopo i suoi proclami, che farebbero storcere il naso all’etica romana e a tutta la simbologia eroica alla quale fa ricorso per accattivarsi i favori dei suoi supporters. Purtroppo per lui,
verba movent, exempla trahunt (le parole incitano, gli esempi trascinano), sicché il divario tecnico e tattico visto in campo “ha spezzato senza eccessiva sorpresa le reni alla Lazio” per opera della “formazione che ha l’allenatore migliore (sa farsi detestare, ma è un’altra storia) e una panchina composta da cognomi che sarebbero la dorsale alfabetica di qualunque altra squadra di Serie A”. Incassiamo la frecciata gratuita a Conte, ma solo perché pensiamo che gli risulti gradita almeno quanto a noi, che di essere stati per qualche tempo simpatici ne abbiamo avuto abbastanza, ma ci teniamo a sottolineare che nonostante capiamo il tentativo di Pagani di criticare a destra e a manca per dovere di imparzialità, ciò non deve distogliere dal semplice racconto dei fatti. La Juventus non si sceglie gli avversari, poiché a decretarli dovrebbe essere il campo. Sicché, non solo non ha colpe se gli avversari si rivelano
in praetoriis leones, in castris lepores (nel palazzo leoni, nell’accampamento lepri), ma sarebbe anche ora che qualche penna impreziosita anche dal pedigrée (Malcom è figlio di Barbara Alberti, già collaboratrice del Fatto e dello sceneggiatore Amedeo Pagani) sottolineasse almeno due sottigliezze.
1) la Lazio aveva dato del filo da torcere alla Juve nei 4 scontri diretti tra campionato e Coppa Italia, eliminando i bianconeri con un gol di Mauri che, non può essere sfuggito, non ha potuto essere presente alla finale di Supercoppa perché finalmente
sub judice (sotto il giudizio del giudice) per l’affare del calcio scommesse.
2) Lotito ha preparato la partita fuori dagli schemi classici e dai giochi in campo, con un incontro preventivo con gli amici di lega Galliani e Pulvirenti (
Link: Pulvirenti, Lotito, Galliani, Preziosi. Quattro amici al bar ) e la decisione dei vertici sportivi di essere risarcito per i presunti mancati introiti di Pechino sottraendo alla Juve la sua parte di incassi legati all’evento. Se dunque è vero che
marcet sine adversario virtus (il valore senza avversario ristagna), come vuole Seneca, non è falso che
chilepores duo qui insequitur, is neutrum capit (chi insegue due lepri, non ne prende neanche che una).
Videant consules,ne quid res publica detrimenti capiat (provvedano i consoli affinché la repubblica non riceva alcun danno), possa il 5 settembre pronunciarsi equamente la Corte di Giustizia Federale, dal momento che c’è stato chi ha inseguito soltanto la
pecunia, che pure ottenuta con mezzi leciti
non olet (
Link: Incasso Supercoppa, la Juventus perde 600 mila euro, ma a settembre fra Agnelli e Lotito sarà battaglia in Tribunale ). Se
aquila non capit muscas (l’aquila non prende le mosche), per la zebra
abusus non tollit usus (l’abuso non annulla l’uso), come recitava il diritto romano e sarebbe ora che certe ingiustizie patite dalla società bianconera giungessero alla fine e si abbandonasse presso le autorità sportive il regime dei due pesi e delle due misure.
A beneficio soprattutto del dotto Lotito, ricordiamo che spesso,
ubi leonis pellis deficit, vulpina induenda est (quando manca la pelle del leone, bisogna indossare quella della volpe), ma poiché Publio Siro insegna che
beneficium accipere, libertatem est vendere (accettare un beneficio equivale a vendere la libertà), sarebbe giusto finalmente dar credito a San Paolo, quando ammonisce:
bonum certamen certavi, cursum consumavi, fidem servavi (ho gareggiato in una bella gara, ho concluso la mia corsa, ho mantenuto la mia fede).
Ad majora!