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          GLI ARTICOLI DI GLMDJ
Attualità di G. FIORITO del 06/09/2013 07:51:35
Il terzo tempo di De Laurentiis

 

Lo sport come riscatto per chi ha avuto dalla vita solo pesci in faccia. Nel film "Il terzo tempo", presentato al festival di Venezia, il regista Enrico Maria Artale traccia nel rugby i contorni di storie difficili che si intrecciano sulle dinamiche del gioco del rugby, che diventa occasione di rivincita e riconquista della propria dignità in seno alla società per un ragazzo appena uscito dal riformatorio. Un'esistenza che sembrava già scritta dall'esperienza negativa di vita dei genitori, un padre sconosciuto e una madre tossicodipendente, ritrova speranza nel futuro con l'amore per lo sport e per la figlia dell'allenatore/assistente sociale.

Non poteva passare inosservato che il merito di aver prodotto il film sia di Aurelio De Laurentiis, verso il quale Artale ha avuto parole lodevoli: “Ci ha lasciati liberi in fase di preparazione e riprese. Ci ha consigliato tanto sul montaggio. Spero che nel rugby non ci sia diffidenza verso un produttore che viene dal mondo del calcio”. Poiché sembrerebbe acclarato che il rugby nutra la convinzione di una superiorità etica dettata dall'attenzione ai valori che presumibilmente nel calcio si intende svanita o offuscata dai guadagni e dalle tensioni della vittoria a tutti i costi. Superiorità espressa nel rito che i rugbisti inscenano con il terzo tempo, giocato, dopo i due sul campo, a tavola.

A Venezia era presente anche Aurelio De Laurentiis, che intervistato ai microfoni della Gazzetta dello Sport, non ha mancato di dire la sua (Link). Secondo il presidente del Napoli il rugby è lo sport dell'amicizia, che nel calcio non c'è. Lo sport dove i perdenti e i vincenti si incontrano nel terzo tempo con il contorno di amici e familiari, consacrandolo con il comune racconto dei motivi della vittoria e della sconfitta. De Laurentiis ci ha illuminato anche sulle sue intenzioni di scrivere il film del campionato con un Napoli vincente e sui suoi desideri di creare una Champions League nuova che comprenda anche le squadre che disputano l'Europa League, in una sorta di grande campionato dove i club si riappropriano della competizione. Per finire, ha manifestato i suoi dubbi sulla possibilità di interessare le platee sportive trasformandole in cinematografiche, costruendo un film dalla trama di ambientazione calcistica.

Un De Laurentiis sospeso tra finzione e realtà, per deformazione professionale. Al punto che sembra smarrirsi comicamente alla stregua di certi suoi personaggi da cinepanettone. Un De Laurentiis da commedia dell'arte, double face nei due ruoli di produttore cinematografico e presidente di una squadra, il Napoli, la cui tifoseria tende spesso a esasperare i toni. Non convince che il presidente partenopeo venga a farci la retorica del terzo tempo e dell'amicizia. Perché a tanti di noi, dopo aver ascoltato la sua intervista, è scappato di andare a controllare su google se ricordassimo male quanto accaduto nel corso della finale 2012 di Supercoppa Italiana. Quella giocata in Cina, preceduta da un'operazione di spionaggio degli allenamenti della Juventus ad opera degli avversari e caratterizzata dal rifiuto di questi ultimi di presentarsi alla premiazione perché non soddisfatti dell'arbitraggio, al quale avevano molto poco sportivamente attribuito la sconfitta.

Trovi De Laurentiis un punto di incontro e mediazione tra il produttore cinematografico serio e attento alle tematiche sociali e il presidente dei tanti, troppi ultra che nel corso dello scorso campionato hanno distrutto i bagni dello Juventus Stadium e in casa atteso il pullman dei giocatori bianconeri per accoglierlo a sassate mettendo a repentaglio l'incolumità fisica degli avversari. Esibendo una totale noncuranza di qualsivoglia norma che abbia anche un sapore lontano e stinto di etica. E' stata una settimana dura per il cinema. Il produttore De Laurentiis dovrebbe essere informato della cattiva sorte accanitasi contro i grandissimi Sean Connery e Jack Nicholson a causa dell'età che non perdona. Non vorremmo essere così irriverenti da ricordargli che essendo il 1949 il suo anno di nascita, può darsi che anche per lui sia giunto il tempo in cui difetta la memoria e il terzo tempo si confonde con la terza età.

Chi scrive è "meridionale". Lo è con l'orgoglio e la franchezza di una Siciliana. Orgoglio e franchezza che hanno sposato fin dalla più tenera età il tifo e i colori della Vecchia Signora. Pertanto indignata dal modo con il quale certi ultra reali e virtuali, cioè di penna, meridionali riescono a garantire ai fautori delle divisioni geografico-politiche del nostro paese inteso come Italia, materiale per le loro argomentazioni. Ma soprattutto arrabbiata per la totale messa al bando dei tratti più caratteristici della cultura meridionale, improntati all'accoglienza e alla capacità di integrazione tra culture diverse che genera a sua volta una cultura più ricca. Suolo e sottosuolo del meridione lo testimoniano ad ogni centimetro, mentre l'ignoranza e l'incuria lo fanno morire e scomparire infarcito di detriti velenosi e di disinteresse per i beni paesaggistici e culturali.

Accade così che se le organizzazioni criminali sotterrano nei campi i rifiuti tossici per lucrare sulla salute dei meridionali, un tale Vittorio Zambardino (Link ) mortifichi le nostre intelligenze, tra le quali si conta pure qualche Nobel, sottomettendo oscure teorie evoluzionistiche all'ansia del tifo calcistico. Nell'attesa di scoprire in quale categoria questo letterato oscurantista abbia inserito una catanese che deve a una gloria della statura sportiva e morale di Pietro Anastasi il dono della Juventinità, mi prendo il lusso di ribadire che nonostante pennivendoli e imbrattacarte della sua risma, la libertà di tifo si onora di discendere dalla libertà di pensiero. Così come la città di Torino è in grado di collocarsi tra le più civili d'Europa anche grazie al lavoro dei piemontesi e dei tanti emigranti meridionali che hanno fatto grande la FIAT, indissolubilmente legata alla storia d'Italia e a quella personale di Gianni e Umberto Agnelli. Essi hanno dato vita al mito bianconero, che travalica i confini e le dogane e trova sognatori ovunque nel mondo.

Libero di volare sui recinti che il provincialismo di acide comari non trova di meglio che circoscrivere con beceri insulti.

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