C’è un motivo per il quale oggi mi sento una voce fuori dal coro e credo che la norma introdotta in estate sulla discriminazione territoriale, sfumatura, sottocategoria, madre o figlia, giudice a latere o sorella povera della discriminazione razziale, non sia del tutto fuori luogo.
Nel 1977 feci un viaggio a Torino, per un tentativo di immigrazione fallito della mia famiglia. Mai concretizzatosi non per mancanza di opportunità, ma per eccesso di amore mio e di mio fratello per la nostra terra e i nostri amici, che mia madre, che abdicò per troppo amore nei nostri confronti, non ha mai cessato di rimpiangere.
Nel 1977 ebbi dunque occasione di trascorrere una ventina di giorni nella città della Juve. Di quel viaggio e di quella permanenza mi rimane un’immagine precisa. Tutti i torinesi, dal panettiere alle commesse, dagli amici di alcuni nostri amici ai ragazzini del condominio, mi facevano una domanda e sempre la stessa: “Di dove sei?”. Io rispondevo di Catania. Loro aggiungevano, indistintamente: “Ah… però non si direbbe, così educata… e poi parli così bene l’italiano”. Cioè la mia lingua.
La stessa scena si è ripetuta a distanza di una trentina d’anni a Londra, a Westminster Abbey, protagonista mio figlio e la guida che stupito dal suo buon inglese non voleva convincersi che non fosse affatto figlio di genitori britannici.
E’ chiaro che si tratta di un problema culturale. E che un problema culturale non si può risolvere con il circoscriverne i contorni entro la curva di uno stadio, per di più con una punizione che la lascia vuota. Ma a costo di sembrarvi “carina” e “politically correct”, come oggi usa tanto, dirò che è giunta l’ora che ci guardiamo in faccia e tiriamo fuori i nostri curricula, insieme alle nostre responsabilità. Non siamo i nostri nonni. Come diceva Pino Daniele, siamo pure diplomati e possiamo usufruire di una grande risorsa per combattere le nostre lacune: internet. L’ultimo avamposto dell’ignoranza sono i nostri cervelli. Che non ci stanno a capire che
più che le nozioni geografiche allo stadio valgono le cognizioni di calcio. E che è molto più eccitante deridere qualcuno per la rimonta del Liverpool in Champions o per quel 5 Maggio, piuttosto che chiamarlo “polenta”, “pirla” o “balengo”.
A patto che si lascino in pace i morti dell’Heysel e possibilmente tutti, ma proprio tutti quelli il cui nome finisca per “-elli”. Nessuno si ricorda mai che la genesi del celebre coro dall’incipit “se saltelli…” fu coniato per le disgrazie della famiglia che da quasi un secolo si identifica con la Fiat e con la Juve. E questo, se da una parte la dice lunga sulle discriminazioni e su quanto possano avere un carattere relativo, dall’altra ci porta diritti e senza passare per il via all’altra faccia del razzismo nel calcio, che ha le sembianze di Balotelli e si incrocia con Prandelli.
Super Mario ha mandato a gambe levate il codice etico instaurato da ct azzurro: “Chi si comporta male con la propria squadra di club o si rende protagonista di gesti violenti, viene escluso dalla Nazionale” (
LInk), che aveva prodotto la convocazione del calciatore Farina del Gubbio per aver denunciato alla fine del 2011 i responsabili di un combine che si era rifiutato di assecondare. Nonché l’esclusione del difensore della Juventus Bonucci dalla nazionale nell’amichevole contro l’Olanda dello scorso febbraio in seguito alle proteste del giocatore contro il Genoa in campionato (
Link ), come pure di De Rossi e Osvaldo, addirittura per un tweet all’indirizzo del tecnico Andreazzoli.
Non c’è bisogno di ricorrere a Shakespeare e di dire che Cesare è un uomo d’onore. Perché Cesare, che è nel nostro cuore per aver vinto con la Juve ben 3 scudetti, una Coppa Italia, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea, lavorando bene per 4 anni con la Fiorentina prima di diventare coach della nazionale italiana e classificarsi secondo dopo Vicente del Bosque come miglior tecnico dell’anno nel 2012, è anche il prototipo della brava persona.
Anche se ha ceduto alla tentazione del nepotismo assumendo suo figlio Niccolò all'interno dello staff tecnico della Nazionale prima degli europei dell’anno scorso. Cesare gode di un’immagine positiva e perbene. Si è pure apertamente dichiarato contrario all’omofobia e lo ha persino scritto nella prefazione del libro di Cecchi Paone e Pagano “Giochi proibiti dello sport”.
Anche Super Mario è diventato un'icona del calcio italiano, sebbene il suo palmarès non dica ancora granché e più la
Gazzetta Rosa si impegni a tirarlo su, più lui ce la metta tutta per ricadere giù. Un caso di genio e sregolatezza come nel calcio ne abbiamo visti tanti, ma talmente ripetitivo nella sua arroganza da far pensare talvolta che bisognerebbe affiancargli un tutor che gli impedisca di fare sciocchezze, come a una lettera un francobollo.
Ebbene, per le sue doti atletiche e le sue giocate Cesare ha rinunciato al suo codice etico (
Link), preferendo ripiegare sul carisma. Avrebbe infatti deciso di risolvere, come sarebbe anche più giusto e proficuo per tutti, a quattr'occhi i problemi con Balo dentro lo spogliatoio (piuttosto che sotto lo sguardo vigile dei media), assolvendolo parzialmente per l’ultima bravata ai danni dell’arbitro Banti al termine della partita di campionato Milan Napoli.
In occasione degli ultimi europei, quando fu montato uno scandaletto contro Buffon e mentre si attendevano i responsi del coinvolgimento di Bonucci nel calcioscommesse, che fu in seguito completamente scagionato, lo juventino
Marco Travaglio, sempre poco garantista quando si tratta di episodi che riguardano protagonisti del mondo bianconero, ebbe a dire, tra l’altro: “Io vorrei sapere, che si vinca o si perda, cos’è quel milione e mezzo versato da capitan Buffon a un tabaccaio di Parma… È bastato un paio di partite vinte perché tutti si scordassero che uno dei nostri eroi, Bonucci, è indagato nel calcio scommesse” (
Link ).
Ogni tanto potrebbe provare a dire la sua anche sugli altri colori. Tanto per non lasciarci il dubbio se qualche discriminazione del calcio non derivi dal solito orientamento del sentimento popolare, che finisce sempre per cavalcare la solita onda. “Oh giudizio, tu sei fuggito verso le bestie più selvagge”. William Shakespeare - Giulio Cesare, Atto III, Scena 2
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