Ormai è acclarato: ogni ricorso Juventino, al di là dell'organo sportivo a cui è indirizzato (li abbiamo provati tutti) e al di là del merito, è ormai destinato alla medesima sorte.
Poco cambia che si tratti di pretesa parità di trattamento, della difesa contro l'assurdo tentativo – andato in parte a segno – di far fuori il proprio tecnico, simbolo della rinascita bianconera, o della cervellotica e diabolica divisione dell'incasso della Supercoppa.
Cambia la forma (dall'incompetenza al rigetto nel merito), non la sostanza, tanto che qualsiasi tifoso, ad ogni nuovo ricorso, non può che pensare subito:
“Tanto respingeranno anche questo!”. L'ultimo caso, quello della confermata multa per i cori considerati razzisti durante il Trofeo Tim in occasione dei rigori in Juventus – Milan., è forse il più eclatante: non certo per l'importanza (una sanzione economica), ma per come sono state clamorosamente disattese le risultanze oggettive della Digos, che aveva chiaramente escluso la matrice razzista di quanto contestato.
Quale può essere il motivo?
E' opinione comune che l'avvocato più bravo sia quello che vince più cause: prima di tutto quelle in cui si ha ragione, meglio ancora quelle in cui tutta la ragione non la si ha.
Ovviamente la questione non è così banale; nel mio ufficio, davanti all'ingresso, ho una targa che ammonisce chi entra e che recita più o meno così:
“Non basta avere ragione, serve anche un Giudice che te la dia”. Non abbiamo la possibilità di visionare tutti gli atti, ma, in ogni caso ci pare che i motivi sia necessario cercarli più in là, probabilmente, un po' più in alto.
E' schiacciante, in questi giorni, il confronto con quanto accaduto dalle parti di Milano con riferimento alla condanna alla chiusura dello stadio di San Siro per i reiterati cori dei tifosi milanisti.
Di fronte ad un ricorso che, con ogni probabilità, sarebbe andato incontro ad un rigetto,
la società rossonera non è stata certo impassibile. L'”
uomo che non dorme mai” e che in tempi non sospetti, quando voleva qualcosa, invitava i suoi dirigenti a “spingere forte”, non si è tirato indietro e si è attivato immediatamente, ottenendo la modifica della norma su cui base il Milan era stato condannato.
Nonostante questo sia stato fatto in
tempi record (quando mai in Italia si decide qualcosa in così pochi giorni?), tanto non sarebbe, comunque, stato sufficiente ad evitare l'imminente esecuzione della squalifica: poco male, la sanzione nel frattempo è stata “sospesa”.
Tralascio ogni commento dal punto di vista giuridico: mi limito a dire che non mi risulta che il fatto che sia “forse” possibile una modifica di una norma in vigore, basti per giustificare la mancata esecuzione di una condanna già comminata, in attesa di questa modifica, ma tant'è...
E noi? La sensazione ormai pacifica è del tutto opposta, come se nei piani alti (non tanto – o non solo – dalle parti della sede della Juventus, ma ancora più in alto), tutta questa voglia di vincere i vari ricorsi non ci sia, quasi che ci si vergogni di avere ragione e si preferisca, per ragioni geo – economico – politiche (fate voi), di non mostrare una faccia troppo aggressiva anche in sede processuale,
accettando di fatto condanne ingiuste.
Non che ci sia
“volontà di perdere i ricorsi”, per carità, ma pare evidente che si preferisca mantenere lo status quo, in cui
se la Juventus vince deve essere solo sul campo, senza creare troppe turbative e senza attirare su di sé quella sensazione di forza e di potenza, ritenuta dalla dirigenza e dalla proprietà controproducente.
La richiesta di patteggiamento per Conte (attribuita nell'immaginario collettivo all'avvocato che l'ha formalmente chiesta, ma evidentemente decisa – o imposta - dai vertici societari), il ricorso al TAR proposto e mai coltivato,
sono solo la continuazione di quanto già visto nel 2006, quando si accettava (anzi si chiedeva) una retrocessione con penalizzazione e poi si prometteva – tramite una ben nota persona - a Blatter di non rivolgersi ai Tribunali ordinari per avere giustizia dopo la vergogna dei giudizi di Calciopoli, evitando di minare quella tranquillità delle istituzioni calcistiche che sembra stare molto a cuore.
Sono cambiati molti nomi in società, sono passati diversi avvocati, ma questo è rimasto purtroppo uguale e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.
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