Il Milan trasloca. Dalla centralissima storica sede di Milano, che occupava dal 1966, vicina all’Hotel Cavour e a due passi da via Manzoni e dai giardini di via Palestro, la società rossonera si è spostata nella giornata di martedì 12 novembre in via Aldo Rossi 18, in zona Portello, in un palazzo di vetro di 6 piani composto di 2 interrati e 4 in superficie di vetro, che comprendono un’area di 9.000 metri quadrati che ospiterà 120 dipendenti quadruplicando gli spazi.
"L'arrivo di Adriano Galliani a Casa Milan - si legge in una nota ufficiale, pubblicata martedì sul sito internet societario - conclude il trasferimento del quartier generale rossonero dalla storica sede di Via Turati alla nuova collocazione nell'area Portello di Milano. Un momento simbolico per tutta la Società. Il Milan si muove. Il Milan avanza". (
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Logisticamente si avvicina a San Siro o se preferite allo Stadio Meazza e sogna di terminare i lavori entro aprile, quando dovrebbe essere aperto al pubblico il museo della società, con le coppe e i trofei conquistati. Una bella notizia per i tifosi del Diavolo, che di sicuro meritavano un’atmosfera che li accostasse all’emozione straordinaria già da tempo riservata ad esempio ai supporter del Barcellona e della Juventus, i quali però giocano “a casa” anche quando scendono in campo.
Un passo alla volta. Perché che il Milan si muova è certo, ma che avanzi rimane ancora da vedere, se è proprio il sito di Sportmediaset (
Link ), che Auricchio non sapeva ricondurre al Milan ma noi sì, a scrivere che al quarto piano di via Aldo Rossi 18, “quello riservato alla presidenza e agli alti dirigenti, si trova il nuovo ufficio dell'ad rossonero e un corridoio lo separa da quello di Barbara Berlusconi, praticamente speculare”.
Galliani è stato seguito dalle telecamere del TG di SKY nella giornata di lunedì all’uscita da una visita a casa Berlusconi e ha rilasciato dichiarazioni intrise di grande fedeltà a quello che ha detto sarà per sempre il suo presidente. Ma πάντα ῥεῖ. Tutto scorre.
Il dirigente è amministratore delegato del Milan dal 1986, avendo vinto praticamente tutto con la squadra rossonera, che ha contribuito a condurre ai massimi livelli forte delle indubbie competenze di calcio che nessuno oserebbe disconoscere. Nel 2002 è diventato presidente della Lega Nazionale Professionisti, dimettendosi il 22 giugno 2006 in seguito a calciopoli, lo scandalo che condusse al processo sportivo che gli causò una squalifica di 9 mesi poi ridotta dall’arbitrato del CONI a 5 più una multa. Nel 2007 è stato rinviato a giudizio con il vicepresidente dell’Inter Rinaldo Ghidelfi e l’ex dirigente Mauro Gambaro in seguito all’inchiesta sui falsi in bilancio del pm Nocerino, a causa della consuetudine delle due società milanesi di scambiarsi i calciatori gonfiandone i prezzi. Nel 2010 ha ricevuto il Globe Soccer Awards alla carriera, nel 2011 è stato inserito nella Hall of fame del calcio italiano, per la categoria Dirigente italiano. Dal 18 gennaio 2013 è di nuovo Presidente di Lega, sopiti i rigurgiti di calciopoli e i relativi conflitti di interessi, Infront permettendo e compresa una tangenzialità con il tessuto arbitrale impersonata dall’ambigua figura di addetto agli arbitri del fido Meani, il quale non solo si gingillava con la Scuderia Milan, ma organizzava cenette presso il proprio ristorante con il n. 1 Collina, oggi designatore arbitrale europeo. Storie di gente che ha successo perché non dorme mai e si guarda bene dagli uccelli paduli. Ma sa all’occorrenza aiutare un amico nel momento del bisogno (ricorderete che diede in prestito Abbiati alla Juve per una stagione, forse per il sussulto della reminiscenza di un imperdonabile errore di gioventù: la fede bianconera), giocarsi uno scudetto con Ibrahimovic e ricondurre a Milano Balotelli e persino Kakà.
Eppure nella nuova casa del Milan si respira un’aria nuova e il vecchio artefice di mille successi stellari, al nome del quale i media affiancano un toto-dirigente ancora tutto da decifrare, scivola sulla china illustre del mentore. Una figura che ricorda forse un poco l’immagine invitta e mai sbiadita nel tempo di un immenso giocatore e di un pilastro della storia della società bianconera: Giampiero Boniperti, nelle brume di qualche distinguo giocato sulle suggestioni che la storia del calcio italiano ha iniziato a instillare quando quel calcio si è scoperto malato.
Racconta Gigi Moncalvo nel libro “I lupi e gli Agnelli” che il 26 luglio 1996 Gianni Agnelli abbia scritto una lettera che è passata alla cronaca come la Lettera di Monaco. In essa spodestava virtualmente il figlio Edoardo, ancora in vita e decretava la successione a capo della famiglia Agnelli e del Gruppo FIAT con un'investitura che ricadeva su John Elkann, il figlio primogenito e di primo letto di Margherita Agnelli, diventata nel frattempo de Pahlen. Quel giorno Gianni Agnelli entrava in sala operatoria per un intervento chirurgico al quale non sapeva se sarebbe sopravvissuto. Fu spinto a quella decisione dalla contingenza e dai due grandi vecchi che da molti anni vigilavano sui suoi affari pubblici e privati, Gabetti e Grande Stevens, probabilmente per garantirsi un erede giovane da plasmare.
John Elkann ha assunto la presidenza della Juventus gestendo l’affaire calciopoli, la caduta in serie B e il ritorno in A, prima di cedere il timone al cugino Andrea Agnelli, figlio di Umberto, visti i risultati per nulla brillanti che la squadra bianconera aveva conseguito con Cobolli Gigli e Blanc, tali da non fare avverare la profezia che la massima carica bianconera sia il viatico alla presidenza della FIAT, oggi anche della EXOR.
Come nei gialli che si rispettano, qualcuno ha individuato nei maggiordomi i responsabili del delitto perpetrato contro la Juventus. All’interno di una saga che si è nutrita dalle lotte intestine per l’eredità di Gianni e Umberto, che non hanno risparmiato a nessuno colpe e omissioni, a causa di un movente chiamato potere, accompagnato da tante rivendicazioni, le più celebri quelle di Margherita Agnelli e tanto denaro.
Volenti o nolenti la Juve ha soltanto anticipato i destini del calcio italiano che conta. Quello che si divide più spesso i trofei e si disputa i profitti e le tifoserie, altrimenti dette con lapsus Cobolliano “clienti”, nella logica dei tempi moderni, sottomessi più alla finanza che al cuore.
Qualcuno tra i soliti bene informati ha scritto che potrebbe essere il figlio di Massimo Moratti il prossimo presidente di un'Inter che però non costituisce più un bene di famiglia. Barbara Berlusconi ha già ottenuto una poltrona che conta. Una poltrona ancora per due.
Il racconto di un'eredità non riguarda solo il colore dei soldi, ma anche della filosofia che si ha animo di perpetrare. La scomparsa dell’Avvocato e del Dottore non ha offuscato le due anime degli Agnelli, sopravvissute a prezzo di lacrime e sangue, ma ancora vive e riconoscibili, respirabili in tutto ciò che riconduce all’ambiente bianconero.
Puntata dopo puntata forse riusciremo a scoprire le analogie e i contrasti fra le tre inevitabili, fisiologiche successioni alle squadre di calcio più amate d’Italia. Anche se nella narrazione a tinte nerazzurre e rossonere probabilmente mancherà uno tra i particolari più inquietanti che hanno trasformato l’eredità degli Agnelli in un’avvincente spy-story: una serie di intercettazioni molto chiacchierate.
A suo tempo qualcuno si offrì di farle.
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