Non abbiamo ancora toccato il fondo, lo dimostra il prolificare di episodi di violenza. Emulazioni anche in serie D. L'episodio di Marassi e degli ultrà del Genoa del 22 aprile 2012 ha fatto ''scuola''. Al termine della gara persa per 3-1 a Francavilla i tifosi del Monopoli (terzo in classifica nel girone H della serie D) hanno preteso che i giocatori si togliessero le maglie della squadra biancoverde e le lasciassero sul campo.
Sabato a Napoli le ragazze neroverdi della Graphistudio Pordenone, squadra che milita nel campionato di serie A, sono state pesantemente insultate durante la partita. Pseudo-tifosi partenopei hanno rivolto insulti personali alle giocatrici che hanno portato allo scontro tra i genitori delle ragazze che assistevano alla partita dalla tribuna. La corriera della squadra, a fine gara, è stata scortata dalla polizia, prontamente intervenuta, fino all'autostrada.
La Graphistudio ha annunciato che nei prossimi giorni presenterà un reclamo alla Federazione per la vergogna di quei cori, che nessuno, né la terna arbitrale né la società locale, ha cercato di stoppare, oltre a mettere in evidenza la presenza a bordo campo di persone non autorizzate (dirigenti squalificati, ragazzini delle giovanili).
Un clima in cui non si può giocare tranquillamente e dove anche l’insulto è interpretato e punito in modo diverso. Quello che abbiamo sempre denunciato è la diversa presa di posizione sugli stessi episodi. Ad oggi, a far clamore è stato un gesto del singolo, come quello di Boateng che abbandonò il campo durante l’amichevole con la Pro Patria per cori razzisti o il gesto del silenzio rivolto ai tifosi da Balotelli sempre per lo stesso motivo. Come i “buuu” che diventano razzisti solo quando sono rivolti a giocatori di colore e considerati invece “sfottò” quando colpiscono gli altri atleti.
Non è chiaro cosa si voglia ottenere focalizzando le attenzioni solo su alcuni episodi. Il dubbio è che creare “il caso” porta a concentrare l’interesse mediatico intorno all’argomento, distogliendo le attenzioni da problemi ben più gravi. Anche gli ultrà hanno capito che creare il parapiglia attira le attenzioni verso di loro dandogli quel potere che forse cercano.
Quello che manca è la volontà di risolvere il problema da parte di chi ha il potere per farlo. Dare un’educazione sportiva corretta, non sempre è positivo per chi ha la necessità di strumentalizzare e gestire il potere. Non si può pretendere che solo chi intona cori contro i napoletani siano puniti, mentre chi offende altre città, riesce a farla franca perché la fattispecie non rientra nei casi previsti dalla “discriminazione territoriale”. Non è corretto che chi insulta un atleta di colore sia punito in modo esemplare e chi insulta pesantemente delle ragazze, come nel caso della Graphistudio Pordenone, non sia nemmeno richiamato ad un comportamento educato. E di situazioni come queste ce ne sono diverse.
Siamo sempre alle solite. Fin quando si pensa a coltivare il proprio orticello per favorire gli amici, fin quando ogni situazione, dalla giustizia al razzismo, può essere usata come esercizio di potere, non ci potranno essere miglioramenti. Anzi è il clima ideale dove far proliferare la violenza e dare centralità ai bruti, allontanando dagli stadi e da questo sport chi lo vive solo come una passione.
Pubblicato sul settimanale n. 43 del 21.11.2013

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