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          GLI ARTICOLI DI GLMDJ
Attualità di G. FIORITO del 09/12/2013 13:57:43
Madiba. Bianco che abbraccia il nero

 

“Un vincitore è un sognatore che non si è mai arreso”. Nelson Mandela

L’ultima foto di Nelson Mandela lo raffigura nell’atto di salutare i 90.000 spettatori dell’oceanico pubblico dello stadio di Johannesburg e delle televisioni che nel 2010 mandarono in onda i mondiali di calcio di Sudafrica.
Madiba ha fatto della sua lunga vita, iniziata in una tribù sudafricana dalla quale fuggì intorno ai vent’anni per scampare alla consuetudine dei matrimoni imposti, un inno alla libertà, sacrificando a questo ideale oltre un quarto di secolo della sua esistenza trascorso in prigionia. Dai racconti di coloro che lo hanno conosciuto direttamente e hanno condiviso con lui l’esperienza fondamentale della lotta contro l’apartheid, emerge il ritratto di un uomo giusto, che è riuscito a conservare integro il suo pensiero attraverso prove difficilissime con una forza d’animo straordinaria che ci piace immaginare sorretta da una disciplina dello spirito e del corpo. Nella storia dell’avvocato dei neri che aveva compreso l’importanza dell’istruzione nel cammino dell’uomo verso la libertà e si era fatto garante dei diritti di tutta l’umanità a prescindere dalle differenze di ordine razziale, religioso o di classe, ha giocato un ruolo di rispetto lo sport.

Il ricordo dei tanti atleti che lo hanno conosciuto (Link ) rende la misura di una tenacia e un rigore che poche cose come lo sport insegnano. Si narra che Mandela fosse uno “sportivo”, che non solo amasse ma praticasse effettivamente fin dalla giovane età tennis, atletica e boxe (Link ), sport per il quale pare avesse una predilezione al punto da praticarlo insieme al figlio primogenito per trasmettergli una sorta di filosofia della vita basata sulla difesa, la protezione e la scelta del momento e della tattica di attacco. Alcune cronache riferiscono della sua volontà ferrea di dedicare al mantenimento della forma psicofisica ogni giorno per tutti i 27 anni della prigionia “un centinaio di piegamenti, 45 minuti di corsa da fermo e 200 addominali”, ripassando il vecchio adagio universale “mens sana in corpore sano”.
Lo sport consta di tre valori essenziali che lo fanno ritenere espediente educativo per eccellenza: disciplina, etica, passione. Riguardo alla disciplina il fisico asciutto, il portamento eretto, la costanza nell’impegno sociale sembrano avvalorare la tesi di un Mandela sportivo. Riguardo alla passione e all’etica è il senatore Carraro, ex presidente della FIGC bocciata da calciopoli a sintetizzarne la figura: “E' stato un grandissimo uomo e ha valorizzato l'etica nello sport… Mandela ha usato lo sport prima per sopravvivere e poi come veicolo nei confronti della società”.

C’è un film documentario di Clint Eastwood, Invictus, che traccia l’avventura dei mondiali di rugby del 1995 del Sudafrica, voluti con coraggio e lungimiranza da Mandela, che comprese le potenzialità di aggregazione dello sport nonostante le premesse non fossero incoraggianti. In una nazione dilaniata da violenze inaudite e rappresaglie, bianchi e neri si dividevano anche sul fronte della passione sportiva. Il rugby era lo sport degli afrikaner, i bianchi, il calcio lo sport dei neri (Link ). Mandela riuscì a regalare al Sudafrica nell’arco di 15 anni i mondiali di rugby e i mondiali di calcio.

Dopo la retorica della celebrazione seguita alle prime ore dalla scomparsa, tanti esponenti del mondo politico e economico hanno sottolineato come l’icona di libertà e conciliazione di Mandela, che aveva voluto all’atto della sua elezione a presidente del Sudafrica come vice l’ex presidente bianco per suggellare l’avvenuta fine delle ostilità, si fosse sostituita alla valenza dell’uomo politico e come oggi sopravviva ancora una disuguaglianza di fatto, alimentata dalla corruzione.
Però, quando il Sudafrica si strinse intorno alla vittoria della nazionale nella coppa del mondo di rugby, veniva da una storia nella quale il 20% di bianchi sopraffaceva l’80% della popolazione di colore, che era arrivata, come dichiarò di aver fatto lo stesso Madiba, a tifarle contro.

La storia è ricca di aneddoti e di corsi e ricorsi nei quali ognuno riconosce un po’ di sé e forse per questo si dice che è “magistra vitae”, poiché in fondo gli uomini di stato sembrano accorgersene sempre troppo tardi. Perciò mi sono ritornati in mente i mondiali dell’’82, quando Paolo Rossi ci ha fatto sentire tutti italiani. E ho sentito una puntura all’anima, perché è vero che dal 2006 quel sentimento non ce l’ho più riguardo alla mia nazionale.
So che certe diatribe di quartiere che si vivono in Italia a qualcuno dispiace di riconoscerle con serietà di intenti, nel nome di ideali che Mandela faceva volare alti. Ma è nella nostra dimensione di uomini che ci battiamo per ciò in cui crediamo, perché non a tutti è consentito di essere eroi. E così nella nostra casa, nella nostra comunità, nel nostro stadio dobbiamo avere l’umiltà di far vivere i grandi ideali. Altrimenti rimaniamo spettatori ogni volta che qualcun altro si accinge a scrivere la storia.

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