Verso la fine del primo tempo del derby da botte da orbi che ha chiuso il 2013 del campionato italiano di calcio, mi sorge il dubbio non solo se ci fosse il rigore per l'Inter che ha tenuto bloccato il risultato sul pari a reti inviolate, ma se come sempre non si faccia troppo rumore per nulla. È troppo silenzio sulle cose che contano. Perciò, se c'è un Babbo Natale in grado di risolvere le annose questioni del calcio italiano, mi verrebbe da chiedergli se ha ancora voglia di rimettere le cose a posto.
Lo spettacolo indecorosamente offerto dalle due squadre milanesi in quel di San Siro ha fatto precipitare sul gradino più basso che sia lecito pensare la qualità dell'ex campionato più bello del mondo, nello stadio tradizionalmente considerato il tempio del calcio italiano e il palcoscenico più degno, quello accostato alla Scala. Così, come a volte accade lì, quando l'euforia della messa in scena e la megalomania di certi registi si volge più di buon grado a un pubblico più capace di sfilate d'alta moda che di leggere il pentagramma, ci si è ritrovati a chiedersi se ne è valsa la pena. Anzitutto di ritornare sulla decisione di chiudere la curva dell'Inter, responsabile, more solito, di cori razzisti.
A otto anni da calciopoli le due milanesi sono solo le pallide controfigure degli squadroni che avevano portato a casa la Champions League a pochi anni dalla finale tutta italiana del 2003. L'una con l'orgoglio indomito di chi per DNA non si considera mai una provinciale, l'altra con un'operazione di salvataggio del mecenate che aveva speso tanto nel calcio da non poter far discendere la sua parabola fino alla serie B a causa di un illecito colossale che aveva falsificato il passaporto di Recoba. Perché non bastano mai gli stranieri da mettere in campo per rimanere la più provinciale delle italiane. In ossequio alla loro passione internazionale, finalmente di straniero i nerazzurri vantano pure il presidente magnate, ma nonostante la presenza sugli spalti di due vip interisti del calibro di Elisabetta Canalis e
Valentino Rossi, impegnato nel prepartita (chissà poi perché) a rimpiangere Balotelli, il derby finisce all'insegna della spending review promossa dai Berlusconi. Persino l'allenatore rossonero è costretto ad ammettere che sente le sirene, e di certo non quelle di Ulisse, a 5 punti dalla zona retrocessione. In barba a calciopoli. C'è poco da stare Allegri.
Nel campionato che fra calcioscommesse e scorrettezze da curva non trova pace, la Roma di Garcia sta tenendo in piedi la bagarre con la Juve, che, con rara e silenziosa competenza calcistica associata a un impressionante ruolino di marcia, avrebbe potuto licenziarla come Campione d'Inverno e depositaria dell'arte di vincere il campionato italiano di serie A.
Nonostante essa consista nel non perdere le partite e non incassare gol, ne rifila 4 al Catania e attende fiduciosa il rientro contro la Juve, che accetta le regole del poker e contro un'Atalanta che non se la sente di difendere il pari e nemmeno la sconfitta, manda in rete tutti i suoi prodi, esaltandosi in una partitella dei record.
Subito si scatena nel web la Ludwig_mania ed è un vero piacere per chi come me sa di essere abbastanza snob da apprezzare la musica da camera e appresso quella sinfonica più della sorella pop, quella operistica. Di modo che mentre a Milano improvvisano opere buffe, sotto la Mole Cairo riporta i granata ai fasti perduti da oltre un ventennio, aspirando persino alla piccola Europa di EL e la Juve esegue magistralmente la Nona di Beethoven, detta la Corale per via del finale che sfocia nell'Inno alla gioia. Sarà un presagio, se Marchisio, che da buon bianconero si era già speso nel ruolo di Pirlo ben sapendo di non esserne all'altezza, saluta i tifosi ai microfoni di SKY senza rimpiangere di essere l'unico a digiuno di reti nel paradiso dei centrocampisti juventini, ma con l'amarezza di aver detto addio per quest'anno ai riflettori della massima competizione europea. Così, se Garcia a quota 41 non si ritrova primo, Conte, pur avendone persa una, ogni santa domenica cala le reti e sciorina messe di gol insidiando i record che furono della Juve di Capello, nonostante gli tocchino centellinate le amarezze che a Fabio tolsero due scudetti stravinti sul campo.
Per colpa del polpo, Buffon perde l'imbattibilità al minuto 745, secondo più secondo meno, andando a bissare senza superarla quella di Marchegiani, anche se il Golden Boy 2013, amareggiato a detta di Tuttosport a causa di cori razzisti diretti nel corso del riscaldamento agli indirizzi suoi e di Asamoah, si fa subito perdonare infilandone uno con tutta la grazia regale che solo la genetica delle sue origini di gazzella africana può disegnare su un campo di calcio. Non c'è sanzione che possa bastare contro l'ignoranza che non si arrende nemmeno di fronte ai 12 giorni di lutto tributati dal mondo a Mandela. Vanno tutti in gol i gioielli bianconeri, da Tevez, che supplisce alla grazia con la grinta e il carattere, a Vidal, spettacolo vivente del calcio giocato, a Llorente, il biondo re leone slanciato dagli occhi di ghiaccio che fa la sua figura non solo sui rotocalchi rosa.
Sebbene ancora a secco in CL, dove era rimasto l'ultimo a crederci persino tra i ghiacci turchi, Tevez ne ha fatti 11 e solo nel girone di andata. Una doppia cifra che supera la decina storica di Alessandro Del Piero e spero convinca anche i nostalgici a oltranza del Capitano a rendere omaggio come si conviene a un campione di razza con una bella storia alle spalle, di vita e di calcio. Tevez è sbarcato alla Juve con l'umiltà dei grandi, dell'uno su mille che non ha perso la forza e la lucida integrità fisica e morale per giocarsi la maglia della sua nazionale fino all'ultimo gol, fino al dribbling più estremo. Nel nome del 10.
Salutate la capolista. Buon Natale.Commenta l'articolo sul nostro forum
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