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          GLI ARTICOLI DI GLMDJ
Attualità di G. FIORITO del 10/01/2014 08:28:09
Inter_ Istantanee da un fallimento

 

"Mourinho è un tecnico che punta solo sul risultato, per lui conta solo quello non il modo con cui lo si consegue. Si è proclamato da solo 'Special One', ricorda sempre che ha vinto questo e quello in tanti Paesi diversi, ma non mi piace come giocano le sue squadre. Chi se la ricorda l'Inter che vinse la Champions League? Semplice, nessuno. E' una squadra che non ha lasciato un'eredità". (Xavi, centrocampista del Barça, alla rivista spagnola "Panenka" (Link )

C‘era una volta l’Inter del Triplete. Liquidata da uno dei calciatori che negli ultimi anni sono stati più spesso in odore di Pallone d’Oro, come una meteora. Brucia ancora nella memoria del catalano la sconfitta patita in casa dei nerazzurri nella semifinale di Champions League del 2010 per 3 a 1, con il codazzo di polemiche scaturite dal terzo gol di Milito in sospetto fuorigioco e dal penalty non concesso dell’83’ di Snejider su Alves (Link ) e la mancata remuntada in un Camp Nou gremito di 90.000 spettatori (Link ). Quell’anno l’Inter coronò il sogno, andando a battere il Bayern nella finale del Bernabéu con una doppietta del Principe Milito, che dopo 45 anni riportò la squadra di Moratti sul tetto d’Europa (Link ). La stoccata di Xavi arriva per giunta non nel tentativo di stigmatizzare una rivalità concessa dai blaugrana ai nerazzurri, ma nel contesto di un giudizio basato sul confronto con la filosofia di gioco del nemico vero, quel Mourinho che si incensa da solo e che nell’Inter ha realizzato la sua toccata e fuga lasciando il segno indelebile del Triplete, ma anche lo scorno, sembra, di aver rinfacciato ai temporaneamente suoi un pezzo di cartone (Link). Il duello Guardiola Mourinho, che ancora si protrae in casa catalana nonostante il primo abbia raccolto la sfida Bayern, si alimenta della brillante concezione di gioco blaugrana, contrapposta alla necessità di capitalizzazione del portoghese e non può che costituire l’humus delle dichiarazioni di Xavi, che è un prodotto del vivaio che costituisce la forza e la caratteristica peculiare del Barcellona.
Il centrocampista è nato a Terrassa, nella provincia di Barcellona, nella comunità autonoma della Catalogna. Per i catalani il calcio e il Barça vivono in simbiosi con la loro identità politica, che fa della Catalunya un modo di essere e pensare a parte, fortemente connotato e rivendicato. Se ci siete stati, questo senso di appartenenza lo cogliete in ogni angolo di Barcellona e in ogni persona che vi capita di incontrare. Il motto del Barça è “Més que un club” e la squadra è pensata come una nazionale (Link ).

Nel visitare il Camp Nou si riceve un’emozione forte, non solo per la strabiliante ispirazione che ha fornito agli architetti dello JS, ma perché vi si accede passando per il museo interattivo, dove sono custodite tra gli innumerevoli trofei le 4 Champions, relative alle stagioni 1991/1992, 2005/2006/, 2008/2009, 2010/2011. Ci si rende conto che il ciclo degli ultimi 10 anni si è espresso quasi in assenza di una potenziale avversaria, privando forse la storia del calcio di qualche bella sfida. Quando Barcellona, Inter, Bayern, Chelsea e le altre si giocavano la massima competizione europea, la Juventus era alle prese con calciopoli e le sue conseguenze.

Calciopoli ha influenzato negativamente la squadra bianconera quanto positivamente quella nerazzurra. L’estate del 2006 non fu solo l’estate dei mondiali tedeschi vinti dagli azzurri e del processo sportivo che condannò la Juventus alla serie B, costituì pure la culla delle successive vittorie interiste. Passate per la gestazione dei dossieraggi illegali e dei procedimenti giudiziari per falso in bilancio, esse giungevano al travaglio finale della mancata presa d’atto che il patteggiamento di Oriali e Recoba per il suo passaporto falso, consumatosi il 25 maggio 2006, costituisse illecito sportivo, con buona pace dei massimi dirigenti sportivi che si dissero non disposti a retrocedere il team di un presidente che aveva tanto investito nel calcio italiano senza vincere nulla (Link).

Secondo il Sole 24Ore Massimo Moratti aveva speso oltre 500 milioni di euro (Link ), che sarebbero raddoppiati negli anni post-calciopoli e che avrebbero determinato la progressiva cronostoria del fallimento interista: dall’Inter di Moratti all’Inter di Thohir. Attraverso l’Inter di Mancini, che pronosticava negli spogliatoi il contrappasso del cartone come risarcimento per i presunti danni della cupola, in realtà per riassestarne i bilanci nerazzurri, come fu fatto con lifting finanziari nel bilancio della fine di giugno di quell’anno fatale (Link ), all’ombra proprio di calciopoli, l’Inter di Mourinho, le parentesi Benitez, Leonardo, Gasperini, Ranieri, l’Inter dell’esordiente Stramaccioni e l’Inter di Mazzarri, Moratti ha vissuto una parabola che non lascia eredità se non ancora una volta di debiti. Forse è difficile spiegare a Xavi, per effetto del suo essere catalano, che l’Inter incarna il pensiero opposto, essendo nata da una scissione del Milan per volontà di alcuni dirigenti che l’hanno voluta anche nel nome Internazionale, staccata da un’identità territoriale e fondata sul semplice talento. Non significa che non possa avere una bandiera, poiché l’ha trovata in Javier Zanetti, ma forse che è poco per costruire un mito.

L’Inter dei cinque scudetti consecutivi partì con il vantaggio del primo, regalato a tavolino, ma pure del secondo, che si guadagnò con l’assenza di ben due avversarie di rispetto. Con la Juve relegata in serie B e il Milan penalizzato di 9 punti ebbe tuttavia non poche difficoltà a contrastare il bel calcio della Roma di Spalletti e la stampa, di solito avvezza a stare col fucile puntato su ogni svista arbitrale che avvantaggi la Juventus, lisciò sulla messe di episodi paradossali quali il gol al Siena con 5 nerazzurri in fuorigioco (Link) e il finale di campionato 2007/2008 al fotofinish coi giallorossi a Catania e i nerazzurri a Parma (Link).

Un’egemonia dettata non soltanto dalla mitezza della FIGC, che si preoccupava di prescriverne per opera di Palazzi gli illeciti segnalati dall’esposto di Andrea Agnelli finalizzato alla rimozione dell’ignobile cartone, poiché reca il segno indelebile della congiura e del tradimento di matrice bianconera: la cessione per almeno la metà del suo valore di Ibrahimovic, voluto da Moggi quando in Italia se ne sconosceva ancora il nome.

Vennero poi Milito, Eto’o, altra meteora frettolosamente sfuggita di mano all’universo nerazzurro, il caso Sneijder, arrivato coi fasti dell’europeo del 2008 e coinvolto nelle dicerie di uno stato di salute sospettosamente precario che lo ha ridotto a vittima di un insensato mobbing, oggi rinato al Galatasaray. Balotelli e Maicon. L’uno il peggior fallimento forse del calcio italiano di tutti i tempi, nonostante la parentesi tutto sommato positiva del Manchester City e la maglia rossonera che in nerazzurro sognava di vestire. L’altro, a mio avviso, la stella più bella e degna che abbia brillato nel firmamento dell’Inter di Moratti, sebbene Julio César, oggi patrimonio della Roma.

Grazie al suo vivaio e alla forza della sua gente, espressa in una sorta di azionariato popolare, il Barcellona di Xavi e Messi ha colmato i diversi abbandoni di Guardiola e di Vilanova. La Juventus di Conte ha superato i traumi di calciopoli e gioca nel suo stadio. L’Inter di Mazzarri ha peggiorato il rendimento di quella di Stramaccioni. Dal cartone al Giakartone il passo è stato, in fondo, breve.

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