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          GLI ARTICOLI DI GLMDJ
Attualità di L. BASSO del 19/02/2014 07:31:37
Travisare, distorcere, accomodare …

 

Per tutti quelli che come me sono bianconeri anche tra i capelli, oltre che nel cuore, molti anni prima della voce ruvida come carta vetrata di Joe Cocker che accompagnava le movenze flessuose di Kim Basinger, la colonna sonora di ogni immaginario erotico era un brano di fine anni '60. Del '69, a conferma del mistero della numerologia.
Un giro di accordi semplice, eseguito su una tastierina a dir poco scarna, faceva da sottofondo ad un dialogo nonsense tra due amanti: "Io ti amo..." "...io nemmeno".
Ancora oggi, quando si parla di Serge Gainsbourg, il pensiero va immediatamente a quei sospiri così espliciti dove la sua voce si intrecciava a quella della Bardot e poi (nella versione più nota) a quella di Jane Birkin.
Poi, ragionandoci su, uno si ricorda che il francese è stato anche paroliere, musicista, pittore e regista. E magari cucinava pure bene la Soupe à l'Oignon; ma nell'immaginario collettivo resterà per sempre legato a quel verso che non lascia nulla all'immaginazione: "Vado e vengo fra le tue reni". Non c'è nulla da spiegare.

Dove invece c'è molto da spiegare è su cosa questo fatto rappresenta: il brano può piacere o no (personalmente lo giudico musicalmente "povero") e di sicuro ha avuto successo sull'onda dello scandalo e dei pruriti destati in quell'Europa che da una parte inneggiava al Flower Power e all'Amore Libero, ma che dall'altra difendeva il senso del pudore con le affilatissime forbici della Censura.
Ma legare indissolubilmente il nome di Gainsbourg a "Je t'aime... moi non plus" non significa dare un giudizio sul brano o sull'autore. E' solo ed esclusivamente un dato di fatto. Piaccia o non piaccia (ops) resterà sempre la cosa che si nota per prima nella sua biografia. E a negarlo ci si rende ridicoli.

Lo stesso è avvenuto con la Juve di Capello. Ha vinto ciò che ha vinto, ma se io chiedo a chiunque risieda nel globo terracqueo cosa gli viene in mente se dico "Juve" e "2006" la risposta non può che essere una. Calciopoli.

Poi ognuno vede questa parola a suo modo: chi come un atto di Giustizia Suprema contro il male incarnato dalla Juve e da Moggi, chi come una truffa colossale volta a favorire chi "ha speso 500 milioni senza vincere nulla", chi ancora come una storia arzigogolata che affonda le sue radici più profonde nella faida familiare che coinvolge da anni una dinastia italiana... ma comunque la si veda, non si può negare.
Sarebbe come cercare di ignorare la presenza di un elefante nel proprio tinello mascherandolo magari con un centrino all'uncinetto messo lì, sulla testa del pachiderma.


Tutto questo se non fossimo in Italia. Nel paese dove ogni parola non ha un significato, ma ne ha perlomeno dieci, a seconda di quello che mi è più comodo darle.
E così Conte, che rispondendo a Capello dice che "l'unica cosa per cui si ricorda la sua Juve è la revoca dei due scudetti" cioè (continuo io) non per un gioco mirabolante o per imprese epiche al di là delle Alpi in una Champions' League da sempre maledetta per i colori bianconeri, diventa di colpo l'uomo che mette timbro e firma su Calciopoli, rivendicandone la correttezza, l'equità, la necessità, oserei dire.
"Della tua Juve si ricorda solo che rubava e siete stati sgamati". Ecco come si distorce il senso (a me chiaro, a voi non so) di un discorso.

Ma purtroppo siamo in Italia. E fino a quando alcuni sedicenti giornalisti di impronta piccolo borghese che si impegnano a travisare quotidianamente i fatti (ci siamo capiti) vengono additati come fulgido esempio di informazione corretta quando in realtà hanno fatto e fanno la loro fortuna sul travisare, distorcere, accomodare la realtà ai loro scopi e condirla con (scusate il francesismo) una montagna di cazzate, tutto questo sarà tristemente, inevitabilmente, la norma...

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