Di fronte al riacuirsi dei veleni e delle accuse che stanno funestando il campionato di serie A, alla luce dell’esperienza maturata negli anni che hanno visto la Juventus coinvolta in calciopoli, rimango di sale e temo continuamente che possa avverarsi in me la tragica, pietosa evoluzione di Dafne, tramutata in albero per il desiderio estremo di non subire la violenza di Apollo.
La lacerante ferita inferta da una mano polivalente non riesce a rimarginarsi e su quelle 23 pugnalate brucia ancora il sale del tradimento. Delle istituzioni. Politiche e sportive. Dei media, che non solo si buttarono a capofitto su quello scandalo, ma spacciarono per prove estratti di una realtà che era comune a tutti. Dei responsabili di parte. Nessuno dimenticherà la voce del nuovo padrone: “Siamo vicini alla squadra e all’allenatore”, che sottintendeva: “Prendetevi pure la Triade, fatene pure un capitolo di giustizia sommaria, gioverà a tutti”.
Nella settimana tra il derby di Torino e il match di San Siro abbiamo assistito al
campionato giocato fuori dal campo, sebbene partendo dalla considerazione che quando nella stessa partita si verificano due azioni dubbie sanzionabili con rigore, quella a vantaggio della Juve va a riempire le pagine dei giornali e quella che la penalizza non può essere mostrata nei palinsesti sportivi televisivi per ragioni di sinteticità.
Dato il la, è partita la raffica di rivendicazioni e le sgomitate per occupare la prima fila. In pole position le twittate
dell’avvocato Taormina, che pur vantando al suo attivo una condanna per aver esibito un documento falso nell’esercizio della sua professione, continua ad esercitarla. Appaiate le denunce di
Liguori circa le sponsorizzazioni FIAT alla FIGC. Del campione del tifo giallorosso non si spegne l’eco della voce nella celeberrima puntata di Matrix del maggio 2010, nella quale si adoperò con un crescendo rossiniano di urla a base di aria fritta per riuscire nell’intento di sovrastare con il semplice ausilio dei decibel le ragioni di Luciano Moggi. Piaccia o non piaccia, al processo di Napoli, s’era venuto a sapere che anche l’Inter si affannava a inseguire arbitri e designatori per proteggere i suoi interessi nelle competizioni che già da tempo sponsorizzava attraverso la Telecom, azienda della quale era presidente Tronchetti Provera, che pagava (la realtà processuale ci ha tramandato a sua insaputa) la Polis d’Istinto tramite la Pirelli per spiare esponenti del mondo del calcio, come si venne a sapere dalla ricevuta di un pagamento intestato a un prestanome londinese.
Autocensuratasi la parentesi carnascialesca della rivolt(in)a di un pugno di
ultrà giallorossi contro la FIGC, la questione ci porta dritti agli affari “nazionali”. Botta e risposta poco lusinghiero tra due ex bianconeri,
Prandelli e Conte, oggi rispettivamente ct del team azzurro e della Juventus. Classe 1957, Prandelli ha giocato nella squadra bianconera dal 1979 al 1985, vincendo 3 scudetti, una Coppa Italia, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea. Conte, classe 1969, è arrivato alla Juve nel 1991, beniamino trapattoniano, raccogliendo l’eredità di capitano nel 1996 all’uscita di scena di Vialli e Ravanelli e concludendo sempre in maglia bianconera la sua carriera di calciatore passando il testimone carismatico a Del Piero nella stagione ancelottiana 2001/2002. Prima che, come si affanna a ribadire Beccantini, l’avvento di Don Fabio chiudesse anzitempo la sua carriera di calciatore.
Forse è il clima perennemente arroventato nel quale ciascuno non ce la fa più a dire la sua solo sul campo, forse è un eccesso di protagonismo, forse bisognerebbe soltanto sottolineare che la Juventus è stata il miglior cantiere aperto di calcio, insieme con il Milan, dell’ultimo quarto di secolo italiano. Conte non ha ancora finito di duellare con Capello in battere, che si erge contro Prandelli in levare. Se si poteva segnare con un x il primo match, è 3 a 0 per Antonio ai danni di Cesare. Pomo della discordia Chiellini, che reduce da infortunio, se non era stato convocato in bianconero contro il Milan, partita strategica ai fini dello scudetto, tanto meno avrebbe dovuto essere scomodato per un’amichevole benché di lusso, della nazionale contro la Spagna.
Con Prandelli si chiude il cerchio delle cronache dai campi di calcio, dove ha vinto sempre la Juve e hanno perso o pareggiato tutte le squadre che avevano da recriminare qualcosa, perdendo oltre alla faccia altri punti dalla capolista. E riportando d’attualità due leit-motiv che non si vogliono affrontare seriamente, nonostante le pretese. Complice il cazzottone di De Rossi ai danni di Icardi sono tornati gli spauracchi della moviola in campo e della prova televisiva. Per conto mio ho sempre affermato che un uso regolamentato e non indiscriminato della prima non mi dispiacerebbe, perché: 1) chiuderebbe sul nascere almeno metà delle polemiche; 2) altri sport fanno già ampio uso dei mezzi della tecnologia; 3) sarebbe un segnale di buona volontà delle istituzioni sportive in aiuto agli arbitri. La prova televisiva sarebbe ricondotta spesso al caso da moviola e non sarebbe utilizzata ad personam, come accadde contro Ibrahimovic nel campionato 2004/2005 per escluderlo dal big match tra Juve Milan che si stavano contendendo lo scudetto (vinto poi dall’Inter con 15 punti di distacco). Paradigma di un calcio che ha perso la testa ma purtroppo non perde mai la parola.
Antonio Conte è ritornato a vincere la
Panchina d’Oro. Montella e Mazzarri, che evidentemente si sentivano accreditati al suo posto, hanno subito affermato di non averlo votato, l’uno preferendogli Maran, l’altro se stesso.
L’ultimo a esprimersi sulla questione dolorosa degli striscioni che inneggiano ai morti in spregio dell’intelligenza di chi li espone e del loro senso civico e umanitario, è stato
Sandro Mazzola. La bandiera nerazzurra, guardandosi bene dall’attaccare direttamente Andrea Agnelli, tanto ci aveva già pensato Della Valla, ha pianto di rabbia e commozione sull’imbecillità di chi specula ancora sulle vittime di Superga, in ricordo del suo babbo. Correva il 4 maggio 1949 quando l’aereo della compagnia ALI si schiantò ai piedi della Basilica di Superga con a bordo il Grande Torino e il papà di Sandro e Ferruccio Mazzola. 65 anni sono un tempo sufficiente a metabolizzare il trauma e adoperarsi a dire qualcosa di meglio di un generico: “Chiudete lo JS per un anno”.
Non è vero che nessuno fa mai niente. Nemmeno che reprimere aiuta sempre ed è l’unico rimedio possibile. Soprattutto quando le leggi ci sono e non vengono applicate, come si fa in Inghilterra. C’è un lavoro da fare più lungimirante, che consiste nel dare il buon esempio e contribuire a educare ai valori positivi dello sport. Invece di pensare a colpire alla cieca l’avversario di sempre, si potrebbe stringergli la mano e farsi portavoce non del solito odio antijuventino, ma di qualche iniziativa che tenda a buttare il cuore e il cervello oltre l’ostacolo di certa rabbiosità ad uso e consumo dei settori deviati delle curve e del bar dello sport. Sandro Mazzola avrebbe potuto sostenere per esempio, mettendo il suo nome al servizio di una giusta causa, l’iniziativa di commemorare in un unico evento i morti di Superga e quegli altri 39. Quelli che troppo spesso si possono dimenticare e oltraggiare impunemente. Quelli dell’Heysel. Come ha fatto Domenico Laudadio (
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