“La Fiat, come ampiamente previsto, ha stabilito che la sua sede legale sarà in Olanda e quella fiscale a Londra… Per quale motivo razionale una multinazionale dovrebbe scegliere, potendo, di pagare il doppio delle tasse sugli utili in Italia?”. (
Link)
Di mercato globale parlava Marchionne, amministratore delegato di Fiat e presidente e amministratore delegato di Chrysler Group, mentre l’Unità (
Link) dava voce a Michele De Palma, responsabile auto per la Fiom, che si doleva delle discrepanze tra i sindacati che applaudivano e gli operai di Termini Imerese che manifestavano.
Il giorno dell’ultima assemblea a Torino è alfine giunto, spalancando il futuro sulla fusione di Fiat spa in Fiat Chrysler Automobiles, che dovrebbe diventare realtà entro l’estate.
La notizia mi sorprende appena sveglia, echeggiando dal telegiornale delle 7 mentre poggio i piedi in terra. E sarà la nostalgia, sarà che se non bevo due caffè non riesco a connettermi con le mie celluline grigie, ma il subconscio prende il sopravvento e mi domando cosa sarebbe accaduto se a lasciare l’Italia fosse stata non solo la FIAT, ma anche la Juve. Ci ho provato in questi otto anni a cercare di tornare a vedere la Juve senza il filtro di calciopoli, ma ogni volta fallisco miseramente. Secondo nonciclopedia (
Link) “nonchalance” sarebbe l’arte di fare una cosa strana come se fosse normalissima per evitare figuracce. John Elkann, il rampollo degli Agnelli che contano (quelli che fanno i presidenti della FIAT), ha il gusto perverso della metafora sportiva e Il Sole 24Ore (
Link ) puntualmente riporta: “La nascita di Fiat Chrysler Automobiles metterà fine alla vita precaria di Fiat; non dobbiamo più giocare una partita per la sopravvivenza, in fondo alla classifica, senza sapere se ci sarà un domani. Oggi con Fca abbiamo la possibilità di giocare una vera partita”.
A questo punto mi imbatto in Oliviero Beha, che more solito sa dove intingere la penna: “Ormai nel calcio italiano c’è di tutto, meno forse il calcio giocato” (
Link). Comincia così un altro pezzo magistrale all’indomani dell’ultimo cda torinese della FIAT e a 48 ore da Napoli Juventus. Rievocando le origini e i corsi e ricorsi dell’antijuventinità anni ’30 di stampo giallorosso e di quello che catullianamente chiama “odi et amo” anni ’50 per la Vecchia Signora, Beha lo vede oggi trasfigurato in “una sorta di Juve contro tutti”, accettato da tutti, ‘malgrado il questore e i mille agenti “disposti in modo eccellente” grazie ai quali “è andata meglio di quel che si temesse” visti gli arsenali delle opposte tifoserie’. Strizzando l’occhio agli “aiutini” dei quali la Juve, “acme della passione calcistica tricolore” pro e contro, avrebbe goduto e non solo da giacchette nere compiacenti, ma direttamente dallo Stato in moneta sonante, ne trae la semplificazione abusata che “è colpa di Pirlo” e che invece di rivoltarsi contro chi ha promulgato le leggi e i decreti, qualcuno, in eccesso di sintesi, faccia prima a tirare pietre contro l’autobus della Juve.
Ho rispetto per Beha. Ha il coraggio di ribadire che il suo colore è il viola e ogni volta mi fa pensare di più a un film che tutti dovrebbero vedere che a una tifoseria che se la prende coi morti. Ma così ci mangiamo vent’anni di storia, che non sono serviti a convincere nessuno che i nuovi padroni non erano più a Torino, ma a Milano e a Roma.
Nemmeno Beha è stato tenero di recente con le rimembranze degli scudetti vinti a inizio millennio sotto il cupolone con gli “aiutini” dell’uomo che cade sempre in piedi, prosciolto dalle accuse di calciopoli malgrado si intrallazzasse in ogni modo, secondo le sentenze dei processi, per non perdere la sua poltrona di presidente della FIGC.
Visto così non è più il tempo della Juve contro tutti, ma
del tutti contro la Juve. Un carnevale grottesco che si ripete ogni maledetta domenica. Un accanimento che “il bagno lustrale dei suoi peccati con il Purgatorio della B” non è servito a domare, ma quasi a legittimare.
“Si instaurano sentori di guerra civile in cui il calcio è solo un pallido pretesto”, scrive Beha e non ha torto nella misura in cui il calcio raccoglie le tensioni sociali e le trasfigura. Ma non è una guerra civile alimentata da nessun ideale politico, è solo la frustrazione di teppisti troppe volte sottovalutati o sopravvalutati a seconda delle convenienze, quando non pilotati da quelli che definiamo poteri occulti o deviati. Io non voglio assistere ogni maledetta domenica alla deriva di un paese che accetta passivamente che l’autobus della Juventus si prenda le botte facendo da paravento ai responsabili del degrado politico di uno Stato che sembra riconoscersi solo nella ragion di Stato.
Ecco perché vincessimo questo scudetto, vincessimo l’Europa League, vincessimo i 10 scudetti di fila che dice De Laurentiis, senza essere capace di portarne a casa almeno uno pur mantenendo lodevolmente in attivo da sei anni il suo club, non sarebbe niente se non provassimo ad avviare, come società Juventus, come Federazione e forse anche come Stato quella presa di coscienza collettiva e sana che porta all’assunzione delle proprie responsabilità e che solo la revisione del processo sportivo del 2006 e la restituzione alla Juventus dei suoi titoli può provare a innestare. Lungi dall’espressione di questa volontà, non mi rimane che continuare a credere che anche la Juventus oggi dovrebbe avere sede in Olanda e giocare in Inghilterra.
Senza Juve, con un campionato in bilico tra Roma e Napoli, sarebbero stati capaci di tornare a pensare al calcio giocato?
