“Devono stare attenti a quello che dicono, alimentano la cultura del sospetto con aiutini e squadre che non si impegnano. Non vedo passi in avanti culturali...". Queste sono le parole di
Antonio Conte nel post partita di Sassuolo rivolte al rivale Garcia, ma più in generale a tutti quelli che non avevano perso occasione per accodarsi, che avevano lasciato aperta la querelle dialettica con il tecnico giallorosso e che oggi possono assumere un significato diverso dopo la violenza di Roma. Dovevano stare più attenti.Tutti.
Chi della cultura del sospetto ne ha fatto un cult è senza dubbio l’ex presidente dell’Inter
Massimo Moratti che ha aggiunto pepe alla tradizione dei lamenti. Ha dichiarato infatti di recente:
"Zanetti è la storia dell'Inter. Non solo per la qualità, ma anche per la serietà. Se a Zanetti chiedi di una partita col Milan o con la Juventus di 10 anni fa, non solo ti sa dire com'è andata, ma anche le ragioni per cui bisogna odiare l'una e l'altra”. Mettiamoci pure quella che orami è stata ribattezzata come “prostituzione mediatica” per immergersi nel clima, tutto italiano, dell’esaltazione dei veleni e delle vendette che, come abbiamo visto, possono degenerare in violenza pura.
Anche perché è talmente forte la voglia di protagonismo di alcuni esponenti della stampa nostrana, del tifo organizzato, delle istituzioni, che proprio non riescono a non approfittare di ogni situazione consona per rendersi protagonisti.
Anche questa volta, archiviato il buon senso,
Luigi Ferrajolo, presidente dell'Ussi, Unione Stampa Sportiva Italiana, interpellato sulla polemica tra Conte e Garcia sulle frequenze di Radio Radio, ha affermato:
"C’è molta rivalità tra Juve e Roma e questo è un bene per il calcio italiano, ma c’è anche un po’ di frustrazione romanista. Non capisco però perché Conte se la prende. Garcia poteva evitare di dirlo ma ha detto la verità”. Ed ora, dopo le ultime partite di campionato, chi aveva ragione?
Questa è la cultura italiana, quella del sospetto e dell’odio. Sono solo alcuni episodi ripresi dalla recente cronaca, ma di queste prese di posizione (sopra le righe) ne è piena la storia del calcio.
E’ facile capire come con questi esempi di “cultura sportiva” non si possa certamente sperare in un cambiamento di mentalità. Ognuno, fin quando gli sarà permesso, cercherà di portare acqua al proprio mulino con ogni mezzo, appoggiandosi ad una stampa sportiva in caduta libera.
Chiacchiere e sospetti che non aiutano certamente ad educare il tifo, anche e soprattutto quello da stadio. Le conseguenze sono sotto gli occhi (e sulla bocca) di tutti, oggi, solo perché un giovane è in fin di vita, altrimenti si continuerebbe ad ignorare il problema.
Magari, se tutti fossero più responsabili, soprattutto chi ha la possibilità di poter sfruttare spazio pubblico ed arrivare ai tifosi, anziché spronarli all’odio e ad insinuare complotti, potrebbero educarli in positivo.
Ma a chi conviene?
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