La Nazionale è specchio del Paese ed elemento nel quale gli italiani devono identificarsi? Per molti questa è una semplice domanda alla quale rispondere in modo romantico, per alcuni un dubbio da confrontare con i vizi dello Stivale, per altri un peso da dover portare. In qualunque modo la si veda è innegabile che gli azzurri sono un fatto che coinvolge tutti gli italiani.
Una consapevolezza che ha lo stesso commissario tecnico:
«Molti accomunano la Nazionale a qualcosa che può dare un segno di cambiamento e questo deve far riflettere». Fuori da qualsiasi considerazione politica, si avverte con sempre maggiore forza l'esigenza che il nostro Paese cambi in meglio. Ben venga quindi che la squadra azzurra possa dare un proprio benefico contributo.
E uno dei problemi radicati del Belpaese è la gestione delle risorse economiche. Sarebbe stato quindi "speranzoso" constatare che la FIGC si fosse ispirata ai più sobri criteri di
spending review per organizzare la spedizione al mondiale brasiliano. Scopriamo invece che la federazione italiana non ha badato a spese. Lo si apprende dalle colonne del CorSera che in un articolo rende conto della prima e poco lusinghiera vittoria azzurra: "L’Italia vince il Mondiale dei resort con la delegazione più numerosa. Camere care, ma la Figc è serena: «Chiuderemo in attivo»". (
Link).
La FIGC non solo ha preso più camere di qualsiasi altra federazione (novanta), ma è anche quella che spende di più per ogni singola camera, trecento euro a notte (i dettagli sono pubblicati nel menzionato articolo riportato anche nel nostro forum (
Link). Quello che tuttavia a chi scrive fa rabbia è l'atteggiamento di indolenza e di quasi noncuranza che trapela dall'ambiente federale. Il responsabile organizzativo FIGC Stefano Balducci infatti "spiega":
«Non si tratta di una spesa folle. La federazione paga appena novanta delle centocinquantadue stanze del Portobello, le altre vanno a uno sponsor e ai familiari dei calciatori». Non ci sentiamo di condividere quanto scrive il giornalista del CorSera:
«In ogni caso c’è da sottolineare che quelli spesi per gli azzurri non sono soldi pubblici, ma verranno scalati dal contributo che la Figc riceve dalla Fifa per questi Mondiali (9,5 milioni di dollari). Comunque vada sul campo, l’operazione Brasile finirà in utile, attorno ai 2-3 milioni di euro». Siamo sicuri che i soldi spesi per il soggiorno azzurro in Brasile non debbano considerarsi pubblici? Sfogliando il Decreto legislativo n. 242 del 1999 leggiamo, all'articolo 15, che la FIGC è sì un'
«associazione riconosciuta con personalità giuridica di diritto privato» (comma 2), ma è anche e soprattutto una federazione nazionale che svolge
«l’attività sportiva in armonia con le deliberazioni e gli indirizzi del CIO, delle Federazioni internazionali e del CONI, anche in considerazione della valenza pubblicistica di specifiche tipologie di attività individuate nello Statuto del CONI » (comma 1). Il secondo comma del decreto 242 ci dice anche che le federazioni sportive nazionali (compresa la FIGC)
«non perseguono fini di lucro». Sempre nello stesso articolo di legge (comma 3) è previsto che
«I bilanci delle federazioni sportive nazionali e delle discipline sportive associate sono approvati annualmente dall’organo di amministrazione federale e sono sottoposti alla approvazione della Giunta nazionale del CONI». Ora, da quanto esposto fin qui è evidente che nel momento in cui nei bilanci della FIGC entra il
«contributo che riceve dalla Fifa per questi Mondiali», quei soldi non possono più considerarsi come altro dal pubblico. Anzi, il rilievo pubblico di quei soldi è rafforzato dalla prevista sottoposizione
«alla approvazione della Giunta nazionale del CONI» e dalle finalità di valenza pubblicistica dell'attività svolta. È bene ricordare infatti che a mente dell'articolo 1 del succitato decreto
«Il Comitato olimpico nazionale italiano, ha personalità giuridica di diritto pubblico ed è posto sotto la vigilanza del Ministero per i beni e le attività culturali». Tra gli interessi pubblici che cura e sovraintende il CONI vi sono
«l'organizzazione ed il potenziamento dello sport nazionale, ed in particolare la preparazione degli atleti e l'approntamento dei mezzi idonei per le Olimpiadi e per tutte le altre manifestazioni sportive nazionali o internazionali » (art. 2)
Per consentire alle varie federazioni di approntare la partecipazione alle manifestazioni interazionali (quale può essere un mondiale di calcio) il Comitato olimpico
«gestisce attività connesse e strumentali all’organizzazione e al finanziamento dello sport, ai sensi dell’articolo 8 del decreto legge 8 luglio 2002, n. 138, convertito, con modificazioni, nella legge 8 agosto 2002, n. 178» (art. 3 par. 5 dello Statuto de CONI). E secondo quanto stabilito dal Decreto legislativo n. 33 del 2013 rende pubblici i beneficiari e gli atti tramite i quali «assegna ed eroga contributi, in relazione alle proprie finalità istituzionali e al proprio ruolo nel “sistema sport” italiano e internazionale, alle Federazioni Sportive Nazionali». Il CONI per il 2014 riceverà dallo Stato italiano quattrocentoundici milioni di euro, i quali uniti agli incassi da sponsor formano la parte attiva del bilancio dell'Ente pubblico olimpico. Questi soldi devono bastare a finanziare e mantenere tutto lo sport italiano. Per quanto riguarda la parte sportiva, dei quasi quattrocento milioni, circa centocinquanta andranno suddivisi alle federazioni nazionali. La FIGC sarà la maggiore beneficiaria con un assegno di poco più di sessantadue milioni e mezzo (
Link).
È pacifico che grazie ai contributi annuali di soldi pubblici in via Allegri hanno gestito anche tutte le attività che nello scorso biennio hanno permesso di affrontare e superare il girone di qualificazione al mondiale. Assistiamo quindi oggi a una federazione che è stata (economicamente) aiutata a qualificarsi e che però nel momento in cui incassa per quel risultato tiene per sé tutti benefit economici. In questo caso Abete dimentica l'esistenza della parola "perequazione". Non solo, dalle parti di via Allegri proprio con “allegrezza” gestiscono la trasferta brasiliana, scordando (?) che anche e soprattutto in questo caso si poteva
«dare un segno di cambiamento». E questo ci deve far riflettere.
Non ci appare eretico affermare che se le federazioni nazionali sanno essere più oculate anche con le risorse che riescono a reperire in proprio tramite gli sponsor, potrebbero gravare di meno sulle casse del CONI e quindi sui contribuenti italiani. Nel nostro caso in via Allegri non possono nascondersi dietro alla fragile scusa che alcune spese sono coperte dagli sponsor (un'esimente che è stata usata anche per giustificare l'aumento di stipendio per il commissario tecnico). Anche non aderendo alla (nostra) convinzione che quelli degli sponsor una volta attratti nei bilanci federali divengono in qualche modo pubblici,
è incontestabile che una corretta gestione (cioè il non sperpero) delle entrate da sponsor impatti in modo positivo anche sulla gestione dei soldi pubblici e quindi sulle tasche dei contribuenti. Una federazione che sa attingere in misura minore alle casse del CONI libera risorse che il Comitato olimpico può destinare a quelli che sono gli interessi pubblici che cura, e tra questi oltre a quelli già ricordati rientrano
«la tutela della salute nelle attività sportive, l'adozione di misure di prevenzione e repressione dell'uso di sostanze che alterano le naturali prestazioni fisiche degli atleti nelle attività sportive, nonché la promozione della massima diffusione della pratica sportiva per i disabili. Il CONI, inoltre, assume e promuove le opportune iniziative contro ogni forma di discriminazione e di violenza nello sport». Tutto ciò non avviene. Morigeratezza e oculatezza non paiono appartenere alla FIGC. Chissà se Malagò saprà e vorrà chiedere conto ad Abete di un utile che poteva essere superiore
«ai 2-3 milioni di euro». Ma forse non conta, perché come precisa il responsabile organizzativo azzurro l'avventura chiuderà comunque in attivo. Motivo per il quale Abete & C. stanno sereni.
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