Nel 1982 Gianni Brera era il giornalista sportivo più carismatico che avessimo in patria. Giurò che si sarebbe fatto monaco se la nazionale azzurra avesse vinto i mondiali. La squadra di Bearzot fece un primo girone da film dell’orrore, poi ci fece passare dai tremori della paura ai brividi caldi di un’estate indimenticabile. Infilando di seguito Argentina, Brasile, Polonia e Germania, le candidate più accreditate alla vittoria. Per questo motivo non azzardo mai pronostici, soprattutto in vista di un mondiale.
Calcisticamente parlando la vita è stata generosa con me e più in generale con quelli della mia generazione. Non tutti nel corso della loro vita hanno vinto un mondiale. Io ne ho vinti già due. Cioè, la nazionale azzurra. Che poi è quasi la stessa cosa, perché
nel 1982 i mondiali li vincemmo tutti per davvero e un’euforia contagiosa si diffuse, una specie di virus della felicità che, come ho già raccontato altre volte, spingeva a mettere da parte i problemi personali e ad abbracciare tutti, per il semplice fatto che erano italiani. Per dirla breve, poté più Pablito Rossi nel 1982 che i quattro artefici dell’Unità d’Italia, Vittorio Emanuele II, Camillo Benso Conte di Cavour, Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi messi insieme durante tutto il Risorgimento, per far elaborare alla gente dello stivale una coscienza italiana.
I mondiali li ho vinti anche nel 2006 e sebbene anche quella volta la percentuale di calciatori e di partecipanti in veste di allenatore e vice ed ex e futuri juventini fosse altissima, non fu la stessa cosa, perché lo spartiacque di calciopoli aveva inferto una ferita troppo profonda affinché la squadra della FIGC potesse identificarsi con la mia nazionale.
Sportivamente anche i mondiali del 1978, del 1990 e del 1994 mi hanno lasciato ricordi indelebili, così come non posso negare che il mondiale rimane per me un evento significativo e che anzi, proprio perché l’ansia del risultato non è più quella di una volta, il godimento assume dei parametri tanto squisitamente calcistici da rendere giustizia alla passione sana per il calcio, in
ex aequo tra liturgie e teatrino.
E’ inevitabile così, nell’avvicinarsi della fatidica data del 12 di giugno, quando il primo fischio d’inizio darà il via al mondiale brasiliano, che si riaffaccino corsi e ricorsi nella mente. Pronostici no, perché Brera non si fece mai monaco, ma io ho il vizio di mantenere le promesse e di prendere il velo non ho voglia. Ma una serie di pensieri non mi riesce di cacciarli indietro. Sarà colpa del nome: Rossi. Io non mi accodo al coro di coloro che si sono stracciati le vesti perché Prandelli a Giuseppe ha preferito Insigne. Il napoletano mi gusta, nonostante le dimensioni bonsai non siano le mie predilette. Tuttavia nel 1982 Bearzot scelse Paolo Rossi e lasciò a casa Roberto Pruzzo. Ne nacquero polemiche feroci, che sfociarono in interrogazioni parlamentari. Il futuro Pablito, che avrebbe insegnato ai brasiliani, quando i brasiliani erano Zico, Socrates e Falcao, a ballare il samba, era fermo per una lunga squalifica seguita allo scandalo del calcio scommesse, anche se la Juve ci aveva visto lungo e se lo era accaparrato. Non si tratta di scaramanzia se gli azzurri formato 2014 non ce li vedo mondiali. Nemmeno Prandelli, che neppure Bearzot passava per il primo della classe, come furono poi uno sfortunatissimo Sacchi, un incompreso Zoff e Lippi.
Nel 1982 la nazionale azzurra veniva dal mundialito argentino, dove era stata l’unica squadra a suonarle ai padroni di casa vincitori. Era la nazionale di Zoff e Scirea. Tardelli, Cabrini, Gentile, ma anche Conti e Baresi, Collovati e Antognoni ecc. Una generazione di calciatori che ha lasciato un’impronta eterna nel cuore degli appassionati di calcio. Di talenti. Di uomini che ci hanno insegnato ad amare lo sport che ancora oggi ci fa fremere nonostante le infinite traversie infelici che sono venute dopo frammiste ai momenti di gloria.
Oggi un amico mi ha mandato una di quelle immagini che circolano sui social network per dissacrare qualunque cosa. La nazionale italiana e quella inglese scendono dai rispettivi aerei per approdare al mondiale. Gli uni simili a una comitiva di liceali in vacanza, gli altri, come ha commentato qualcuno in calce, a impettiti studenti di Oxford. I nostri acchittati nei loro look modaioli, gli altri ordinati, in fila come ufficiali cadetti, coi capelli corti e le cravatte regimental. Lo so che state pensando. Che Maradona è un capolavoro di genio e sregolatezza, che la condotta marziale è cosa teutonica, che persino Dino Zoff ha raccontato più volte come prima delle partite ci fosse stato più d’uno di quella compagine leggendaria e poetica dell’82 sorpreso di notte a fumare sigarette. Una dietro l’altra.
Il fatto è che mi sono invecchiata. Che nei miei ricordi la prima cosa che ti facevano fare nell’ora di ginnastica era di metterti in fila. Poi marciare segnando il passo. E in classe si entrava e si usciva in fila per due. Non serve a salvare le apparenze. Si chiama disciplina. Ed è essenziale che un atleta sappia cosa sia.
Questo protagonismo da passerella, questo prendersi la scena annunciando fiori d’arancio quando la concentrazione e il rigore dovrebbero essere al massimo non fa parte del mio modo di aspettare, né di vivere un mondiale.
Preferirei il silenzio. Quei silenzi stampa che nel 1982 e nel 2006 forgiarono una squadra. Di Campioni del Mondo.
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