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          GLI ARTICOLI DI GLMDJ
Attualità di G. FIORITO del 23/06/2014 07:10:53
Yaya Touré e Drogba_Due leader

 

I mondiali di calcio offrono una rassegna delle scuole di pensiero calcistico e di schiere di calciatori tra le cui file non di rado sbocciano e si affermano talenti immortali. La loro bellezza consiste anche nella naturale tendenza a uscire talvolta dal rettangolo verde per meglio spiegare le ragioni dei trionfi e dei fallimenti, o solo per raccontare storie difficili da circoscrivere all’ambiente calcistico.
"Non vengo considerato tra i migliori giocatori del mondo solo perché sono africano. Xavi e Iniesta vengono sempre esaltati, io sono attaccato per ogni errore difensivo. Eto'o e Drogba delle leggende, ma solo a Weah hanno dato il Pallone d'Oro". Sono le parole amare con le quali Yaya Touré, a un paio di mesi dall’avventura mondiale, spiegava in un’intervista alla BBC il persistere, a suo avviso, di un ostracismo a sfondo razziale nei confronti dei calciatori africani (Link ).

Vincitore di titoli in Grecia, Spagna e Inghilterra, il campione del Manchester City, checché ne pensi, viene ritenuto dalla stampa “il più forte centrocampista della Premier League e forse anche del mondo” (Link), ma le sue dichiarazioni affondano nella storia del suo paese, che fu colonizzato dai francesi in risposta alla politica espansionistica degli inglesi e fu teatro della tratta degli schiavi che dalle coste occidentali dell’Africa vennero deportati in America.
Secondo lo spirito della République, la Côte-d’Ivoire avrebbe dovuto costituire la proiezione della luce della civiltà parigina e i suoi abitanti essere educati e guidati verso la cittadinanza occidentale, ma lo sgretolarsi dell’impero condusse il 7 agosto 1960 all’indipendenza da Parigi, rafforzata dall’insediarsi alla guida del paese di Félix Houphouët-Boigny. Il paternalismo autoritario del presidente aveva fatto accentrare le ricchezze del paese nelle mani di poche famiglie, ma aveva anche evitato lo scontro tra le due anime ivoriane, quella musulmana del nord e quella cristiana del sud.
Quando morì nel 1993 gli successe Henri Konan-Bédié, appoggiato dal sud cristiano, mentre il nord islamico si schierava con Alassane Ouattara, portando la Costa d’Avorio alla guerra civile.

Il 19 giugno scorso la Costa d’Avorio si trovava sotto di due reti contro la Colombia quando Yaya Touré si appropriava di una punizione sotto gli occhi di un incredulo Drogba (Link ), sebbene invano, perché a nulla serviva nemmeno la rete piazzata in seguito a una bella azione personale da un volto noto del campionato italiano, il romanista Gervinho.

Didier Drogba non è solo un attaccante e non è semplicemente l’altro leader della nazionale di Lamouchi. Drogba è uno di quei monumenti del calcio indiscutibili. Ancora qualche giorno fa veniva accostato a voci di mercato che parlavano di una trattativa riaperta, dopo i rumors che si sono inseguiti per tutta la stagione scorsa, con la Juventus. Le sue gesta sui campi di calcio, che testimoniano di una personalità straripante in grado di trascinare alla vittoria, la leggendaria simbiosi con Mourinho, padre-amico e con il Chelsea, i suoi 9 gol in 9 finali di coppa, non sono che uno dei lati di una medaglia che rifulge della luce di un rovescio ispirato dal costante richiamo all’Africa e da un inesauribile impegno sociale.
Basterebbe il titolo della biografia che John Mc Shane ha scritto per questo autentico fuoriclasse dello sport e della vita, “Didier Drogba – Portrait of a Hero”, a spiegare perché siamo di fronte a “un uomo - nel senso in cui Amleto parla del padre: un uomo «in tutto e per tutto»” (Link). Nato ad Abidjan nel 1978, imbarcato a soli 5 anni su un aereo per Bordeaux e affidato dai genitori allo zio Michel Goba, calciatore nelle serie minori francesi, che lo mette sulla strada del calcio, Drogba è per la sua gente non solo l’attaccante più completo che ci sia al mondo, ma un santo e un profeta. E’ l’ambasciatore designato dell’ONU che torna in patria dopo aver fermato da solo la guerra civile in Costa d’Avorio nel 2006 alla vigilia del mondiale africano solo arringando il popolo (Link) e vi costruisce nel 2010 con i soldi dello sponsor Pepsi un ospedale per i bambini che qui ancora muoiono per la mancanza di medicinali di prima necessità. Drogba rappresenta “una parabola esemplare sul rapporto Africa-Occidente: non solo sul feedback calcistico (talenti utilizzati dai club europei e resi alle nazionali più maturi sul piano tecnico-tattico) ma anche sulle possibilità redistributive del capitalismo virtuoso”. Un’icona che piace all’occidente, ma va stretta agli immigrati musulmani del Burkina Faso, idealmente rappresentati da Yaya Touré, che si sentono gli artefici del decollo delle esportazioni della Costa d’Avorio con il loro lavoro nelle piantagioni di caffè e di cacao.

Drogba incarna lo spirito della nazionale ivoriana, che in lui sembra specchiarsi e carismaticamente conformarsi più che in Yaya Touré, ma tormenta le notti insonni di Lamouchi, l’allenatore della nazionale della Costa d’Avorio che vorrebbe investire sulla più giovane età del “rivale” e sulle sue caratteristiche per il futuro della sua squadra.

Per questo la mente spazia e si divide con il cuore la malinconia di quei giorni in cui Trapattoni scelse di non portare Roberto Baggio ai mondiali di Corea e la Juventus decise di interrompere il cordone ombelicale che da vent’anni la legava a Del Piero. Un gesto traumatico, pagato spesso a caro prezzo qualunque siano le decisioni prese. Ne sa qualcosa l’hombre vertical.

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