Nei giorni dei mondiali ci tocca assistere a una delle tante diatribe da social network, con fazioni di forumisti e facebookiani che si lanciano accuse pro e contro il calcio, presunto responsabile degli orrori che i mondiali in Brasile e Qatar hanno fatto emergere malgrado i tentativi di tenerli nascosti sotto la sabbia di Copacabana e del deserto. Parliamone. Perché io sto dalla parte di coloro che non vogliono nemmeno sentire pronunciare la parola boicottaggio, avendolo praticato per Il campionato di calcio di serie B 2006/2007, giocato dalla Juventus declassata da calciopoli, e che ho seguito per radio, rifiutando tutte le offerte telefoniche che SKY che mi proponeva.
Ora non lo so se con tutto il mio rancore sono sul punto di far pace con la nazionale, ma comprendo bene, così come lo sento, che il calcio è parte integrante della mia vita. E’ una delle mie passioni irrinunciabili e, così come ho fatto con la Juventus, non me lo lascerò portare via senza muovere un dito.
Solo che accusando una passione sportiva della corruzione e degli interessi poco puliti che vi ruotano intorno mi sembra di non rendere giustizia a nessuno. Un po' come se si accusassero Milano o la laguna di Venezia per le azioni compiute a loro danno da speculatori finanziari e politici dalla mazzetta facile.
L’inibizione di Franz Beckenbauer dall’esercizio di qualsiasi funzione in ambito sportivo da parte della FIFA crea disappunto per l'atteggiamento di Kaiser Franz, facendo supporre che il suo rifiuto a rendersi disponibile a dare spiegazioni riguardo alle irregolarità commesse per accaparrarsi i mondiali del 2022, sia legato all’affare di tangenti versate dall’ex dirigente FIFA qatariano Mohammed Bir Hamman attraverso la sua ditta di costruzioni.
In Brasile il mondiale sta riservando un sacco di sorprese, prima fra tutte l’eliminazione fulminea della nazionale spagnola, portatrice della filosofia del calcio di ultima generazione e dei titoli mondiali ed europei più recenti. C’è ansia per gli Azzurri costretti a giocarsela nella foresta amazzonica, con temperature e tasso di umidità che a qualcuno avrebbero provocato febbri e allucinazioni.
Un calore che ha avvolto i nostri calciatori anche a livello emotivo, per un incontro voluto con i bambini a caccia di autografi e gustosi siparietti tra Super Mario e Cassano preceduti dal racconto di Concita De Gregorio (
Link) della favola della piccola Hiandra. La ragazzina, che era stata estratta a sorte tra gli scolaretti che avrebbero usufruito del biglietto per assistere a Italia Inghilterra, se lo era cacciato sotto il cuscino per non farselo rubare nottetempo dal fratellino e ha dovuto farsi prestare un paio di infradito dalla vicina di casa perché le sue erano rotte.
Sul bordo della foresta amazzonica c’è uno stadio costato 203 milioni di euro e concepito (dicono) nel rispetto dell’ambiente, con impianti fotovoltaici e recuperando i materiali della vecchia struttura preesistente. Uno stadio che per raggiungerlo si va in nave o in aereo. Che hanno dovuto costruirci attorno una quindicina di strade per farci arrivare gli autobus che non c’erano, come non ci sono le scarpe di Hiandra e dei suoi compagni di scuola, che non hanno niente e nemmeno un futuro se non nella tratta di minorenni destinati al piacere di grassi uomini d’affari, veri beneficiari anche di questi mondiali.
Ancora Concita De Gregorio (
Link), ci ha mostrato un altro Brasile nascosto dietro le telecamere, dilaniato dai conflitti tra una minoranza ricchissima che si permette di eludere il traffico cittadino andandosene a lavorare in elicottero e i movimenti dei senza casa e dei senza lavoro, che ogni giorno lottano per garantire alle loro famiglie un poco di pane e ottenere un domani migliore.
Non c’è solo la povertà nel dramma che le televisioni non vogliono farci vedere. Il mondiale è stata l’ultima ferita inferta alle popolazioni indigene del Brasile, che attraverso cinque secoli di massacri e sfruttamento si sono ridotte da 10 milioni di individui nel 1500 a solo 100.000 unità documentate nel 1950, a causa della scomparsa di quasi 1500 tribù. Secondo la mappa che si trova nel reportage curato da
Survival dentro ciascuno degli stadi edificati per i mondiali 2014 si potrebbe ospitare un’intera tribù al completo, considerando che alcune consistono ormai di un numero di persone talmente esiguo da non poter allestire una squadra di calcio. Le strutture sportive sono state realizzate sui territori indigeni, sottratti ancora una volta dal Brasile ricco ai suoi primitivi abitanti, i quali, secondo le previsioni dell’antropologo Darcy Ribeiro, già negli anni ’80 del secolo scorso avrebbero dovuto essere estinti.
Nell’articolo di Repubblica il maestro di Hiandra, contando le medaglie conquistate dalla bambina, auspicava che lo sport potesse strapparla alla cronaca annunciata della sua vita futura.
Qualche giorno fa Muntari è stato sorpreso dalla stampa e immortalato in alcuni fotogrammi nell'atto di regalare banconote agli abitanti del quartiere povero di Maceiò (
Link), aprendo un nuovo dibattito tra i tuttologi nel web, spesso buoni a criticare comodamente seduti e ben pasciuti dietro le tastiere dei loro computer.
A chi da secoli si vede togliere tutto non basta più l'esempio né l'elemosina di chi ce l'ha fatta. Ma davvero è lecito pensare che a essere fermato debba essere lo sport? “Se sei nel giusto hai già la benedizione di Dio, se sei nell'errore la mia benedizione non servirà a niente.
Se è la forza che determina il diritto, allora non c'è posto per l'amore in questo mondo”. (Padre Gabriel/Jeremy irons, dal film "Mission" di Roland Joffé)
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