Che i giornali italiani esagerassero nel commentare le gesta azzurre in Brasile lo avevamo detto dopo la prima gara con l'Inghiterra e lo ribadiamo oggi nel constatare l'eccesso opposto. Immotivatamente entusiasti per Balotelli dopo la prima partita del girone e troppo semplicistico il j'accuse tout court che leggiamo dopo l'eliminazione per mano dell'Uruguay.
Non possiamo accettare infatti che prima la celebrazione fosse solo per Balotelli e oggi la lapidazione sia per tutti. Non si possono accettare prime pagine come quella de Il Tempo (la prendiamo solo come un mero esempio) sulla quale si legge un «CHE PIPPE» in didascalia all'immagine dell'undici sceso in campo a Natal. Bisogna fare dei distinguo,
non si può colpire indistintamente tutti per non colpire qualcuno in particolare.
Perin e Buffon meritano le critiche che quel titolo lancia? Crediamo di no. E Barzagli, Bonucci e Darmian hanno giocato male quanto Paletta e Abate? E nonostante l'oscena campagna di discredito che ha subito da parte dei commentatori RAI, crediamo che neanche Chiellini meriti di essere accomunato a coloro che hanno deluso.
Vogliamo poi mettere Candreva, De Rossi, Marchisio e Pirlo nello stesso fascio con Thiago Motta? Parolo ha giocato uno scampolo di partita e Verratti a nostro parere ha avuto alti e bassi, possiamo considerarlo un rimandato anche perché alternative non ce ne sono.
In attacco hanno deluso un po' tutti, alcuni più di altri. Visto il poco utilizzo si potrebbero concedere delle attenuanti a Insigne e Cerci. Il Robben de noartri ha però commesso una grossa gaffe verso i compagni quando dopo la partita con la Costa Rica non ha voluto condividere le colpe per il risultato (“con pochi palloni toccati è difficile che potessi fare la differenza”). Immobile ha avuto una bella occasione, purtroppo l'ha sprecata malamente. Cassano è stato inesistente e la sua convocazione alla fine dei conti si è rivelata una sorta di vacanza premio in Brasile.
Infine c'è lui, l'attaccante più sopravvalutato della storia della Nazionale. Uno che è più un personaggio mediatico che un calciatore. Il posto in azzurro sembra essergli stato dato non per meriti tecnici e/o tattici o per il cosiddetto furor di popolo, ma piuttosto a furor di stampa e per una inusuale campagna del “politicamente corretto”.
Si è voluto caricare la carriera di questo ragazzo di tutta una simbologia di integrazione sociale senza che in effetti avesse la voglia di essere portato ad esempio. Quanti italiani di seconda generazione si identificano nelle sue gesta immature e scapestrate? E così è stato anche in campo dove non è stato di nessun aiuto alla piccola comunità nella quale si è ritrovato. Non ha avuto alcuna utilità sportiva e agonistica e ha mostrato quella poca disciplina tattica che ha danneggiato tutto il gruppo azzurro.
Infine c'è il capomastro, che forse non ha mai avuto le redini del progetto proprio perché si è voluto portare il fardello di un dogma che è stato tattico, tecnico e molto probabilmente anche politico e ambientale.
Per questo, non si può fare di tutta l'erba un fascio, bisogna saper distinguere. Ci sono calciatori che per limiti tecnico-tattici non si vogliono più in Nazionale? Lo si può scrivere, ma
non si possono suggestionare i tifosi accomunando tutti gli azzurri agli stessi demeriti, magari solo perché non si ha la voglia di additare alcuni in particolare e sconfessare così linee editoriali consolidate.
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