Che il calcio italiano versi in una situazione di scarsa competitività è un dato acclarato dai risultati non solo sportivi ottenuti in questi ultimi anni in campo europeo. Il declino venne alla luce proprio quando capitan Cannavaro a Berlino alzava la Coppa del Mondo. In quell'occasione il movimento calcistico azzurro ottenne il primo atto di declassamento: il presidente della FIFA, rompendo il consueto cerimoniale, non volle consegnare il trofeo agli azzurri. Il motivo più che evidente era l'auto-rappresentazione italiana dipinta con le ingannevoli tinte di calciopoli.
Queste sono riflessioni ormai non più originali e si accompagnano alla consapevolezza che nel quadriennio successivo a calciopoli si è vissuti un sistema che ha abbandonato qualsiasi genuino e sportivo criterio meritocratico. Se affermiamo che la competizione per il primato che si era accesa tra Juventus e Milan aveva di fatto trainato tutto il movimento a un livello di competitività agonistica più alta tale da restituire un ottimo posizionamento nel panorama europeo, troveremo certamente una buona adesione valutativa da parte del tifoso o sportivo mediamente interessato alle cose di calcio.
Quando invece si comincia solo ad accennare alle cause del declino successivo al 2006, ci si scontra con i sentimenti di bandiera e con diffuse
credenze o carenze “popolari”. Eppure non dovrebbe essere difficile comprendere e chiedersi se e come chi ha primeggiato in Italia in quegli anni abbia realmente saputo trainare il movimento calcistico dello Stivale. Già il solo prevalere perché i competitors più forti sono stati messi in condizione di non “nuocere” dovrebbe far sorgere qualche dubbio sul reale valore di leadership che spetta a chi sta davanti. Se chi primeggia poi ha conclamati scheletri negli armadi.
Scheletri più spaventosi di quelli che forse non avevano chi se li è visti attribuire (relazione Palazzi de luglio 2011) e attraverso qualche azienda amica ha giocato un ruolo determinante nella tentata nemesi degli avversari, dovrebbe essere evidente che alcune artificiose manovre politiche di riposizionamento sportivo hanno di fatto nuociuto al movimento calcio italiano.
Chi ha primeggiato in quegli anni lo ha fatto anche in Europa? Non volendo setacciare il modo con il quale molti episodi hanno favorito l'unica vittoria conseguita (per quello stesso ambiente subire gli stessi episodi sarebbero stata la dimostrazione di un umano disegno doloso per non farli vincere...) è bene ricordare che quel “successo” rappresenta più un'eccezione che la reale cartina tornasole di una competitività costante (vedasi i risultati europei precedenti e successivi).
In tutto questo è tuttavia evidente che da quella squadra/società non è venuto alcun contributo positivo per la Nazionale. Quanti calciatori ha saputo prestare alla rappresentativa azzurra? Vogliamo dire Balotelli e il naturalizzato Thiago Motta? Sono contributi positivi? È innegabile che mentre la federazione italiana agevolava le vittorie di quella squadra, non ne riceveva un ritorno in termini di competitività e di appeal verso l'estero. Sintomatico di ciò è il quasi disinteresse per il campionato italiano da parte delle televisioni straniere, che comprano il prodotto “made in Italy” ad un prezzo molto inferiore rispetto a quello di altri campionati europei.
Se si vuole spiegare il declino è forse opportuno considerare come distruttiva e non purificatrice quella stagione di sconvolgimenti che visse il calcio italiano. Infatti mentre Blatter si rifiutava di dare la coppa a Cannavaro, in casa nostra rientravano i Matarrese e gli Abete, che oggi si dimette sbattendo quasi la porta, ma che dovrebbe avere almeno verso sé stesso la sincerità di ammettere che in fondo
attraverso dichiarazioni di incompetenze ed equilibrismi non solo dialettici ha di fatto garantito che il valore del calcio italiano si mantenesse a livelli tali da consentire qualche vittoria a chi altrimenti con il precedente contesto agonistico avrebbe solo fatto da comprimario.
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