Finché la coppa non verrà alzata e il mondiale brasiliano non sarà finito, non perderanno d'attualità le discussioni sulla disastrosa spedizione azzurra in terra carioca.
Argomento che ha preso molto vigore negli ultimi giorni riguarda il desiderio di rendicontazione delle spese sostenute dalla federcalcio. Qualcuno (Libero) cominciò qualche tempo prima del mondiale chiedendosi se piuttosto che adeguare verso l'alto l'ingaggio, non dovessero applicarsi anche al Ct della Nazionale i più sobri criteri di spending review. Polemica che sarebbe poi rinfocolata grazie alle parole con le quali Prandelli annunciava le sue dimissioni dopo la sconfitta con l'Uruguay:
«ho sempre pagato le tasse, non ho mai rubato i soldi, non ho mai trattato il mio stipendio, vado a testa alta. Non voglio sentirmi dire che rubo i soldi dei contribuenti». Sulla considerazione che i soldi federali in fondo debbano considerarsi pubblici ci siamo già espressi. E proprio partendo da ciò abbiamo fatto delle riflessioni sul modo in cui sono stati spesi per il ritiro della Nazionale a Mangaratibia (per quei pochi che ancora non lo sapessero la nostra federcalcio è stata quella che ha speso di più prendendo la struttura con il maggior numero di camere e con il costo più alto per ogni singola stanza).
L'ingaggio di Prandelli da parte del Galatasaray ha fatto storcere il naso a molti. Il dubbio che si è alimentato da sé è stato: “dopo pochi giorni dalle dimissioni don Cesare ha già trovato l'accordo con i turchi? È possibile ma difficile. Può darsi invece che l'ex Ct avesse già un accordo con il club di Istanbul e che già prima di partire per il Brasile avesse monetizzato l'esperienza sulla panchina azzurra”. Queste sono le sensazioni che hanno trovato eco sulla stampa nazionale.
A posteriori anche i cinque milioni di euro spesi per il soggiorno al Portobello resort sono rimasti indigesti. Quella che all'inizio era una sdegnata riflessione di alcuni tifosi (reazione veicolata come ormai d'abitudine dai social network) è diventata argomento di interesse anche tra gli addetti della stampa italiana. Sono già lontani i tempi i cui prevaleva il “comunque la spedizione chiuderà in attivo”.
Rotto quindi l'idillio tra la stampa da una parte e il Ct e FIGC dall'altra, assistiamo alle richieste di rendere conto al Paese. Si arriva persino a chiedere che Prandelli vada in Parlamento come è successo per Capello e che Abete lo accompagni per spiegare come mai gli sembravano pochi i 62 milioni (di soldi pubblici) che il CONI passerà alla federcalcio quando al contempo si sperperavano altri fondi per affittare il resort brasiliano.
I media italiani ora battono su un argomento dalle tinte alquanto populiste, fanno passare per battaglia etica e morale quello che in fondo è il prestito a questa o quella fazione dell'eco di cui dispongono. Ad oggi però, oltre il mero sfruttamento giornalistico, ci sembra che nessuno abbia realmente voluto chiedere una verifica seria delle spese federali. Visto che (provocatoriamente) è stato chiamato in ballo il Parlamento,
perché nessuno ha pensato di fare altrettanto chiamando in causa la Corte dei Conti? Visto che appare condivisa la considerazione che si sta alimentando un dibattito su soldi pubblici, non è il Parlamento ma la magistratura contabile a dover farsi spiegare come la FIGC ha li ha spesi e
perché non ha fatto scelte che potevano da sembrare già da prima più economiche, imparziali ed efficienti. Se si vuole continuare ad alimentare l'argomento va bene, ma non lo si faccia per rimanere a questo stadio di trattazione, per farlo cioè rimanere chiacchiericcio per riempire gli spazi editoriali. Di questo i lettori/contribuenti italiani non hanno bisogno.
O si porta avanti in modo concreto la questione o la si smette di prendere in giro chi legge. Ne abbiamo sopportate tante, sopporteremo anche questa.
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