C'era da immaginarselo, dopo la separazione (consensuale) di Conte dalla Juventus si sono creati due partiti, uno pro e uno contro. C'è chi sta con Conte e addita la maggior parte se non tutte le colpe a Marotta, Agnelli e compagnia. Questa parte dei tifosi non dimentica da dove veniva la Juve pre-Conte, quei due settimi posti sono l'antefatto storicamente significativo di cosa fosse diventata la squadra bianconera.
Con il mister salentino non sono stati semplicemente vinti (stravinti) tre scudetti, no,
è tornato a lo spirito Juve, è rinato in alcuni calciatori che lo avevano smarrito non sui campi della B, ma sotto le simpatiche e camaleontiche gestioni precedenti.
Conte Antonio da Lecce ha accompagnato le proprie qualità squisitamente professionali con l'orgoglio e la fierezza di essere juventini, ne ha fatto un aspetto motivazionale importante, un ingrediente da mescolare al duro lavoro tecnico e tattico. Conte Antonio si è caricato la Juve sulle spalle non solo tecnicamente, in quello i calciatori gli hanno dato una grossa mano e sarebbe ingeneroso dimenticarli,
si è fatto carico della battaglia politica e mediatica che altri in società non hanno voluto combattere. Lui da solo a difendere il suo lavoro e la storia bianconera. Come si dice in questi casi, “chi non lotta è...”?
E però c'è anche un partito del “contro”. Si è diffusa la convinzione che il tecnico abbia inopinatamente abbandonato al secondo giorno di ritiro,
«poteva farlo a maggio...» dicono. Già, però se lo avesse fatto sarebbe stato un traditore lo stesso perché non avrebbe rispettato i termini del contratto, visto che dicono che dietro c'era il Milan. Voce quest'ultima artatamente messa in giro e ottima a condizionare i ragionamenti e le accuse dei tifosi. Ma i capi di imputazione non si esauriscono a questi, c'è la
“risaputa presunzione di Conte”, che non vuole capire che certi giocatori non si possono prendere e pretende di far fare spese folli mettendo a repentaglio il bilancio aziendale. Lui, Conte,
“vuole sempre e soltanto vincere, a cominciare dalla Champions!” (questa è la più ridicola di tutte le accuse, come se i tifosi non volessero vincere sempre). Il partito del contro annovera altre linee di pensiero, una è quella che sostiene che Conte sarebbe stanco..., ci spiegassero allora dove eventualmente avrebbe trovato le energie per la presunta avventura al Milan.
Quello che è curioso di questo partito del “contro”, che non vota Antonio, è che ha anche una fase programmatica che prende le mosse dall'assioma che
«gli uomini passano e l'amore per la Juve rimane», perché
«si è juventini a prescindere da Conte» (il ché in via di principio è anche vero). Peccato per loro che chi ha riportato lo spirito e la mentalità juventina tra i giocatori bianconeri sia stato proprio l'allenatore leccese,
il quale per difendere la juventinità di tutti i tifosi ha dovuto da solo lottare anche contro le vili insinuazioni di chi oggi ne prende il posto. Il partito dei contrari a Conte si fa scudo della passione per i colori e dimentica chi dopo i brutti campionati l'ha riportata a Torino.
Se il calcio è un affare di cuore, se è un fatto passionale, come fanno costoro a rinunciare facilmente a colui che non per le vittorie, ma per carattere ha risvegliato un popolo e la sua fierezza di essere juventini? Quella fase programmatica trova il suo compimento nel monito
«non salite poi sul carro!» . Quale carro? Dopo Conte ancora non si è vinto niente. Queste previsioni estive appartengono a chi vince gli scudetti da ombrellone. Ma voglio rassicurare il partito d'opposizione (a Conte): mi impegno personalmente a non pretendere un posto su quel carro, pur sapendo che molti ne salteranno giù se non sarà il carro dei vincitori.
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