Nemmeno il tempo di tornare dal Brasile ed ecco che la festa è finita. Colpa della nazionale azzurra? No, della Juventus, che ti cambia l’allenatore sotto l’ombrellone.
Brutta storia, che fa il paio con la disastrosa situazione della FIGC e che ci ha fatto perdere di vista alcune riflessioni utili per tutto il calcio italiano.
La notizia della prima vittoria europea oltreoceano ha gettato nello sconforto i padroni di casa, ma non ha risparmiato i nostalgici del calcio sudamericano riassunto nella parola Maradona, che i 4 Palloni d’Oro di Messi non bastano a emulare.
Tuttavia sembra sia giunta l’ora di mettere da parte l’estro e la fantasia per dare una sbirciatina dal buco della serratura e scoprire i segreti della proverbiale efficienza tedesca.
La vittoria mondiale targata 2014 affonda le radici all’alba del nuovo millennio, quando si gettarono le basi di un’ascesa contraria alla nostra caduta.
Fino al 2006 il calcio che conta esisteva pure in Italia. Nel 2003, alle semifinali di CL su 4 arrivammo in 3 italiane e si giunse alla storica finale di Manchester. In seguito vincemmo i mondiali proprio in Germania, dove mentre il calcio tedesco maturava il rush finale, noi si completava la decadenza ad opera di calciopoli.
La differenza sostanziale tra il calcio tedesco attuale e quello italiano sta nella sua concezione. Il 21 luglio Albertini ha posto ufficialmente la sua candidatura alla presidenza della Federazione con queste parole:
"Non possiamo pensare di guardare al modello tedesco ma l'obiettivo deve essere lo stesso: con una sola regola loro hanno il 34% stranieri, noi con tante abbiamo il 65%" (
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MECENATI E TIFOSIIl calcio italiano ha vissuto per molto tempo dei soldi, dei fatti e dei misfatti dei mecenati.
Quello tedesco poggia su una base che ha nome tifoseria. A dirlo era Kai Tippmann, blogger tedesco trapiantato in Italia, oltre un anno prima dei mondiali di Brasile, a riportarlo Marco Iaria della GdS (
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A sentire loro, la ricetta per curare i mali del nostro pallone sarebbe facile:
“Meno burocrazia, più servizi. I club coinvolgano i tifosi. Metro, bagni puliti, parcheggi, prezzi popolari”. A leggerli si scoprono i dubbi sui risultati che costruire impianti per ipotetici competizioni europee e mondiali avrebbe sortito nel nostro paese, stante il diverso retaggio culturale (che non sta per istruzione).
I tedeschi vivono dell’eredità delle due Germanie. Da qui la voglia e la possibilità di sostituire alla concezione di governance, cioè di uomo solo al comando, un’associazione di persone in grado di detenere il 50% + 1: la quota di maggioranza di una società calcistica. Non è fantascienza. Si tratta di una regola sancita dallo statuto federale. Come dite? Wolfsburg e Leverkusen sono della Wolkswagen e della Bayer? Certo, perché nel 2011 hanno stabilito che solo gli sponsor con un coinvolgimento di oltre 20 anni in un club possano assumerne la proprietà, ma con il consenso dei soci.
STRANIERI E VIVAIPer ottenere una nazionale giovane e multietnica è stata ancora la Federazione a fissare le direttive.
Mentre in Italia si è preferita la corsa al talento straniero, i tedeschi hanno puntato sui vivai, creando un sistema nel quale è obbligatorio per tutte le società di Bundesliga e Bundesliga 2 (la nostra serie B) avere una squadra in ogni categoria giovanile a partire dagli under 12, pena la revoca della licenza di partecipazione al campionato e ogni formazione dall’under 16 in su deve tenere in rosa almeno 12 giocatori candidabili a una maglia della nazionale di categoria. Inoltre, per colmare il divario tra società più e meno ricche la Federcalcio tedesca ha creato un fondo comune mirato a crescere talenti e a rivenderli alle big (
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A leggere i nomi dei calciatori campioni del mondo si scopre anche l’ultimo segreto di questo buon calcio: una duplice miscela, che da una parte ha mescolato i “vecchi” Klose e Schweinsteiger con i “giovani” Neuer e Goetze e dall’altra ha recepito le regole sul diritto alla cittadinanza. Da giorno 1 gennaio 2001 la Germania ha scelto di sostituire allo
ius sanguinis lo ius soli. Il risultato è stato che ai 3 giocatori di origine immigrata o mista dei mondiali del 2006 si sono aggiunti quelli di seconda generazione (cioè figli di genitori stranieri dei quali almeno uno risiede regolarmente in Germania da otto anni e possiede un diritto di soggiorno, o possiede da almeno tre anni un permesso di soggiorno illimitato), per un totale di 11/23 convocati già nel 2010 (
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Per completare l’analisi di un
cambiamento che si potrebbe definire epocale torniamo da dove siamo partiti, cioè ai tifosi, il cuore e il fulcro del calcio. In Germania essi godono di un rapporto istituzionale con le società di riferimento, “legalizzato e pagato per metà dalle società e per metà dallo Stato”, perché avere personale che si occupa dei supporter costa. Secondo Kai Tippmann in italia “Si è sbagliato a condannare un intero movimento (gli ultrà), a togliere i megafoni a tutti anziché colpire la minoranza facinorosa”.
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