«Non sono certo razzista e la mia storia di allenatore lo dimostra, a partire da Rijkaard, ma a guardare il Torneo di Viareggio mi viene da dire che ci sono troppi giocatori di colore, anche nelle squadre Primavera». Parole di Arrigo Sacchi che hanno scatenato un'inevitabile polemica. Da notare poi come oggi la prima notizia è diventata questa, con il lotitogate in secondo piano, da risolvere semplicemente con la ridicola storia della delega.
Potremmo chiosare che come sempre capita quando il saggio indica la luna gli stolti guardano il dito. Ma, temiamo, una simile semplificazione ci esporrebbe alle stesse critiche di razzismo rivolte all'Arrighe.
L'argomento meriterebbe un dibattito che tuttavia può diventare estremamente spinoso nei toni. Sacchi non
volendo ha sollevato nella forma sbagliata un problema reale che non vale sono per i giovani calciatori. Il problema di Arrigo è che non sa assolutamente parlare in pubblico, va in ansia e comincia a balbettare. Ovvio che poi gli escano strafalcioni.
Se l'ex ct ha sbagliato forma - lui intendeva tutti i giocatori "non italiani" e se ne uscito con "neri", passando da razzista -,è altrettanto vero che quella della composizione dei settori giovanili è una situazione assurda: un'ammucchiata senza costrutto, che si riflette poi nella povertà di giocatori italiani in grado di competere con i migliori top players mondiali e fra di loro per un posto in Nazionale, che così sarebbe davvero il non plus ultra dei prodotti dei vivai.
Noi crediamo che le considerazioni di Sacchi siano dettate dalla necessità di capire perché il campionato sia diventato così ridicolo. La farsa del 2006 ha inciso in maniera preponderante, ma anche la gestione tout court dei settori giovanili ha dato il suo apporto. Prendiamo ad esempio le squadre primavera di quest'anno: quel poco che abbiamo visto è stato triste. Sono stati ingaggiati giocatori stranieri che fanno pena; non vogliamo credere che in Italia non ci fossero ragazzi con doti simili, o anche migliori, di alcuni ragazzi stranieri volenterosi ma con i piedi davvero poco educati.
Le società di calcio, come tutte le altre aziende italiane, non hanno tanta voglia di investire in formazione, far crescere anche atleticamente i giovani calciatori. Ieri in una trasmissione sportiva qualcuno faceva notare come fisicamente i colored sono più pronti già dalla giovane età e questo diventa criterio preferenziale. Aggiungeteci che a quanto pare anche economicamente (per diversi motivi) è più conveniente importare un calciatore e il gioco è fatto.
Lo stesso problema si verificò a fine anni ottanta, quando nelle giovanili venivano scelti i ragazzi più formati fisicamente, più "grossi", a scapito di quelli più tecnici. Poi si cercava di insegnare ai "bestioni" a giocare la palla, ma nessuno si preoccupava di aspettare e di far crescere fisicamente quelli tecnicamente più bravi. Allora non si capì che un mingherlino potevi farlo maturare a livello fisico, mentre uno scarsone non avresti mai potuto migliorarlo tecnicamente.
Il problema non è razziale, non è tanto la presenza di gialli, neri o pellerossa: potrebbero anche esserci solo italiani in primavera (e tra di loro anche i gialli, neri o pellerossa), ma finché il metodo rimarrà quello di risparmiare sulla formazione dei talenti, i giocatori verranno fuori sempre a fatica e in ritardo, e il campionato rimarrà ridicolo. Con tutto quello che ne consegue
Ieri a Studio Sport hanno mostrato due cartelli interessanti con la distribuzione Italiani/stranieri delle società di serie A sia per quanto riguarda la prima squadra che nei settori giovanili. In prima squadra: Napoli e Lazio hanno l'80% stranieri, la Juventus circa il 50%. In controtendenza il Sassuolo (12% di stranieri in rosa), e l'Empoli (17%).
Caso curioso è che nei settori giovanili la Juventus, il Milan e l'Inter hanno l'80% di stranieri mentre il Napoli si fa notare per uno 0% (zero) .
Come interpretare questi dati? Che il Napoli fa un ottimo lavoro sul territorio, però, alla fine, contano i risultati "ora e subito", per cui investe, per la prima squadra, sugli stranieri; la Juve ha trovato uno zoccolo duro di italiani per la prima squadra, mentre nel settore giovanile sta facendo un lavoro pietoso, soprattutto nello scouting nazionale.
È anche vero che nel caso del Napoli è il territorio che si presta volentieri: il fenomeno delle scuole calcio in provincia di Napoli è molto florido. I partenopei non devono cercare molto, non hanno bisogno di fare grande scouting. Alla stretta finale possiamo considerare che dal vivaio azzurro è uscito Insigne, non è poco. O meglio: è poco, nel senso che altri "Insigne" non escono per i motivi sopra riportati: il Napoli ha bisogno di vincere subito e quindi prende i Callejon.
Il sistema calcio giovanile italiano è arretrato rispetto a quelli europei per cui i giovani talenti non si formano nelle squadre B, ma, se gli va bene, vanno a "farsi le ossa" (o a rompersele...) in provincia, per anni e anni. In tutto questo sono stati allevati non campioni che per nazionalità o scarso talento difficilmente giocheranno nella Nazionale italiana e che sicuramente non alzano il livello dei nostri campionati.
Piccola notazione finale: da Blatter in giù tutti hanno commentato le parole di Sacchi, l'unico che non lo ha ancora fatto è Tavecchio...
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