Il 28 settembre 2012, sulla scrivania del presidente della Figc Abete, finì un fascicolo sul caso “Pergamena” che vedeva coinvolto in prima persona Macalli, attuale presidente della Lega Pro. Soltanto il 9 marzo del 2015, più di due anni dopo, Palazzi lo ha deferito al Tribunale Federale nazionale per la registrazione del marchio “Pergamena” (avrebbe registrato quattro marchi riconducibili al club), per essersi sottratto al ruolo di “imparzialità” quale presidente di Lega.
Ricordiamo che Macalli è stato assolto dal processo portato avanti dal procuratore di Firenze dopo l’azione legale promossa da Sergio Briganti ed Ernesto Rimonti, ex presidenti del Pergocrema. Macalli era accusato di aver bloccato nel 2012 il versamento di 256.488,80 euro per diritti televisivi a favore della società, fallita pochi mesi dopo. Episodio che riporta alla mente le accuse mosse di recente a Lotito in merito a quella
strana discrezionalità nella distribuzione dei contributi federali, usati quale arma di ricatto elettorale.
La giustizia sportiva, quella a cui basta il sospetto per agire e condannare potendo operare liberamente e soprattutto velocemente, ha atteso più di due anni prima di procedere al deferimento. Nel frattempo Macalli ha raccolto i frutti del suo lavoro finendo sotto accusa per la gestione della Lega Pro tanto da essere sfiduciato da molti club. Soprattutto sta riuscendo, dopo essere stato un grande elettore di Tavecchio, a mantenere la sua poltrona, nonostante le contestazioni che colleziona.
In un articolo dello scorso novembre, quando il deferimento sembrava imminente,
la Gazzetta dello Sport aveva anticipato il patteggiamento di Macalli. Vediamo se anche in questa occasione il quotidiano rosa avrà fatto centro svelando quella che sembra un’operazione pianificata. (
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L’episodio ci offre l’ennesima dimostrazione di come la giustizia sportiva non sia affidabile e soprattutto mai super parters.
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